Roma, 6 agosto 2026 – Il salario minimo divide la politica, ma il confronto europeo mostra che la vera domanda è più complessa: quanto vale davvero una retribuzione quando si sommano paga base, mensilità aggiuntive, Tfr, indennità e welfare contrattuale? È il punto da cui parte l’analisi della Fondazione Studi Consulenti del Lavoro, che mette a confronto l’Italia con Francia, Germania, Spagna, Romania e Svezia. L’obiettivo non è negare una soglia legale, ma evitare che il dibattito si riduca a un numero orario, come se tutti i sistemi fossero costruiti allo stesso modo.

La situazione in Italia

In Italia il salario nasce soprattutto dalla contrattazione collettiva. I minimi tabellari si inseriscono in un trattamento più ampio nel quale la tredicesima è generalizzata, il Tfr è un diritto previsto dalla legge e molti contratti aggiungono quattordicesima, indennità, premi e prestazioni di welfare. È una struttura più articolata di un salario minimo legale e rende ingannevole il confronto tra il solo importo mensile italiano e quello dichiarato altrove.

Il confronto con gli altri Paesi europei

La tabella della Fondazione mostra bene il problema. Il minimo legale mensile lordo è indicato in 2.161 euro in Germania, 1.802 in Francia, 1.381,33 in Spagna e 814 in Romania. Per l’Italia, dove manca una soglia unica nazionale, vengono invece riportati valori costruiti sui contratti più diffusi e comprensivi delle quote di tredicesima, eventuale quattordicesima e Tfr: 2.000,97 euro per il livello di ingresso dei metalmeccanici, 1.844,68 nella logistica, 1.721,30 nel terziario, 1.667,21 nel turismo. Non sono cifre sovrapponibili: proprio questa diversità è il cuore dell’analisi. La Francia dispone dello Smic, aggiornato in relazione al costo della vita, ma non prevede per legge mensilità aggiuntive. La contrattazione può riconoscerle e migliorare il trattamento minimo, ma l’indennità di licenziamento non equivale al Tfr italiano e non ha carattere universale.