Raffaele Bonanni
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Volete occuparvi dei casi limite o dei salari degli italiani? È questa la domanda che la politica dovrebbe rivolgere anzitutto a sé stessa. Quando alza il polverone del gioielliere, o del marocchino a Bologna, sceglie di sottrarre attenzione ai problemi cruciali del Paese. I casi limite non possono diventare l’agenda di una nazione. Quando accade, la politica smette di governare e comincia a recitare. E mentre recita, alimenta divisioni, esaspera gli animi, indebolisce la coesione sociale e lascia senza risposta le questioni che riguardano milioni di lavoratori, centinaia di migliaia di imprese e la crescita economica. La politica non può ridursi a una corrida permanente nella quale si cerca il titolo del giorno. Dovrebbe essere il luogo dove si amministrano gli interessi generali del Paese.
L’esempio più clamoroso è arrivato ancora una volta dal silenzio che ha accompagnato il rapporto dell’Ufficio parlamentare di bilancio. Un documento che avrebbe dovuto monopolizzare il confronto politico e che invece è stato relegato ai margini. Eppure certifica un fallimento storico: dal 1990 al 2026 le retribuzioni lorde italiane sono diminuite mediamente del 6%, mentre nelle altre grandi economie industrializzate sono cresciute tra il 15 e il 30%. Non è una statistica. È il certificato di un declino che dura da oltre trent’anni e che nessuno ha affrontato con il coraggio necessario.









