di

Ferruccio de Bortoli

Tra il 1990 e il 2024 le retribuzioni reali nei Paesi Ocse sono cresciute del 35%, mentre in Italia sono diminuite dell'1,6%. Tra le cause bassa produttività, imprese troppo piccole e precariato

Appena uscito il rapporto dell’Ufficio parlamentare di bilancio (Upb) sulla grande depressione italiana dei salari, Gian Paolo Patta, ex segretario confederale della Cgil, ha commentato sconsolato: «Questo è il risultato di 36 anni di Seconda Repubblica».

Non credo che gli autori dello studio comparato sull’andamento di salari e stipendi — Stefano Boscolo, Corrado Pollastri e Lorenzo Toffoli — abbiano deciso di calcolare l’impoverimento delle retribuzioni italiane, a partire dal 1990, con un occhio al tramonto della stagione politica del lungo Dopoguerra. Solo a partire da quella data vi erano informazioni complete, e comparabili con l’estero, sull’andamento delle retribuzioni. Quindi la ragione è puramente statistica. Ma vi è, nell’osservazione di un vecchio autorevole e deluso esponente della sinistra sindacale, l’amara constatazione che le ragioni delle classi lavoratrici fossero meglio garantite nella Prima repubblica. Peraltro, terminata, nei fatti, con Mani Pulite, ovvero nel 1992. È andata veramente così? Le cifre contenute nel rapporto dell’Upb sono avvilenti. Perché testimoniano da una parte il declino dell’economia italiana nel suo complesso che, crescendo meno delle altre, ha avuto una dinamica dei redditi insoddisfacente per non dire peggio. Dall’altra l’impoverimento relativo di quei posti di lavoro nelle aziende troppo piccole per guadagnare competitività e accrescere il valore aggiunto. Oltre naturalmente al dilagare di forme precarie e sottopagate, in particolare nei servizi.