Como si dice “che palle”? Qualcuno fondi un’associazione, un club, un’anonima alcolisti contro l’abuso della retorica nella narrazione calcistica. Poche regole, e tra tutte la più importante: siano amputate le ultime falangi degli indici di chi parla di “favola” per descrivere qualunque vittoria di una squadra “piccola”. Io capisco la poca fantasia, la fretta di produrre articoli schifati persino dai bot delle AI, e la necessità di spacciare qualunque evento o gesto sportivo come unico, emozionante, pazzesco, assurdo, incredibile e decisivo, ma datevi una calmata: avete capito benissimo, ce l’ho con chi da mesi racconta la stagione del Como di Cesc Fàbregas come una “favola”, appunto (e prima lo ha fatto con l’Atalanta in Europa, il Bologna in Champions, il Monza in A, l’esordio di qualunque giovane a caso, persino il Carpi).Ma se quella del Como è una favola, io sono un astemio. Il club che ha reso il Lago di Como una Disneyland hollywoodiana si qualifica con merito alla prossima Champions League, ma la squadra trascinata da Nico Paz non è degna neanche di slegare i lacci degli scarpini di Vardy e compagni al Leicester di Ranieri, a proposito di “favole” che poi favole non erano. Il Como è un confettino, un esperimento in laboratorio costruito con centinaia di milioni senza vincoli del Fair Play finanziario, il giochino di un miliardario che può permettersi di pagare Baturina 25 milioni e mettere su una squadra con giocatori scelti da un allenatore che può fare campagna acquisti come se fosse Julia Roberts che fa shopping in Pretty Woman e ha tanti tifosi quanti i clienti che entrano in una sera nel mio pub. Sia chiaro: penso che Fàbregas abbia idee tattiche che funzionano e divertono, e che sia tanto bravo come allenatore quanto insopportabilmente pieno di sé, ma non vorrei apparire banale dicendo che così sono bravi tutti: squadra su misura senza limiti di spesa in una Serie A più inguardabile di me a freccette dopo la settima pinta. Il problema è che in Italia – non avendo un campionato decente di cui parlare – vi siete specializzati nel cat fighting tra risultatisti e giochisti, e vi toccacciate per la squadra in cerchio a fine partita e i discorsi motivazionali: il Como è più algoritmo che favola, più investimento economico che tradizione, più brand che storia. Calciatori scelti dall’algoritmo-Cesc, mica l’ex elettricista che diventa bomber a 28 anni. Piano con le parole, fino a che hanno ancora un significato. Auguri per l’anno prossimo, quando il giornalista sportivo collettivo ci spiegherà che Fàbregas finalmente se la può giocare alla pari con gli altri geni della tattica in Europa. Diciamo le cose come vanno dette, però: il Como è forte, gioca bene, e ha già abbondantemente rotto le palle.
Brindo a Vardy, alla faccia di Baturina
Siano amputate le ultime falangi degli indici di chi parla di “favola” per descrivere qualunque vittoria di una squadra “piccola”. Avete capito benissimo, ce l’ho con chi da mesi racconta così la stagione della squadra di Cesc Fàbregas














