“La pappa, pappa, pappa col po-po-po-pomodoro” sul sacro palco del Festival di Salisburgo. Sogno? No, son desto, perché subito dopo sparano addirittura Little Tony: Cuore matto. Ma, poiché “un popolo affamato / fa la rivoluzion!” (sempre Rita Pavone), arriva pure Bella ciao con l’evocazione del nonno partigiano, che è una dichiarazione politica, e magari, anzi sicuramente, in platea c’è chi, il nonno, l’aveva schierato dall’altra parte. Il tutto frullato con il rondò della Cenerentola e le canzoni napoletane, i musical e Volare, le arie dei castrati e New York, New York, Roma nun fa la stupida stasera e la Norma (le due facce dei romani, insomma).

È Ciao, bella ciao, biografia scenica, celebrazione divistica nonché viaggio “duch den musikalischen Kosmos”, nel cosmo musicale, di SCNSD, Santa Cecilia Nostra Sempre Divina alias “la Ceci”, la Santa, insomma Cecilia Bartoli, che festeggia i sessant’anni di vita e i quaranta di carriera al Festival di Pentecoste, dov’è direttrice artistica da dodici anni ed è stata appena riconfermata per altri cinque, già celebrata nel contemporaneo Viaggio a Reims di Rossini dove, secondo il regista Barrie Kosky, la nobil compagnia non va alla consacrazione di Carlo X ma alla festa della Ceci. Spettacolone scintillante e divertentissimo, scritto da Fausto Brizzi e Paolo Gep Cucco e allestito da Davide Livermore con la sua consueta squadra e gli abituali riferimenti, la Rai sì bella e perduta dei favolosi sabato sera di Antonello Falqui, la Hollywood dei bei tempi, l’opera come arte di tutte le arti. Pre-testo classico: il giornalista Sax Nicosia fa raccontare la sua vita alla Diva, iniziando da quando non lo era ancora. E dunque l’infanzia a Roma, la scuola dalle suore cattivissime, gli studi da dattilografa, il primo lavoretto come guida turistica, il debutto come Pastorello della Tosca a nove anni (solo audio), poi a venti o giù di lì a cantare Rosina in un ur-talent show di Pippo Baudo su Raiuno (anche video). E la famiglia: papà tenore, mamma notevole soprano, come ha dimostrato un suo “Sempre libera” degli Anni Cinquanta (senza mi bemolle, però), oggi strepitosa novantenne presente e ovazionata in sala, il fratello perso troppo presto e ricordato nel momento forse più struggente di tutta la serata. Le passioni, come il flamenco (un quadro basato sulla Carmen, il meno riuscito), e le idiosincrasie, come quella per l’aereo: lei è la prima a scherzare sui suoi viaggi in America in transatlantico, e si fa il verso cantando la canzone di Titanic.