Negli Stati Uniti, domina la mentalità secondo cui, una volta compiuti i settant’anni, si diventa “vecchi” – si è anziani, e si fa un passo indietro. È molto raro che un ceo continui oltre i settant’anni, e quando si arriva a quell’età si attraversa un passaggio quasi culturale. Si adotta la mentalità secondo cui si dovrebbe cominciare a comportarsi “da vecchio”, ovvero in base alla propria età anagrafica, soprattutto in ambito lavorativo. A quel traguardo, la società americana sembra quasi dichiarare ufficialmente che sei “un anziano”, e con questa designazione arriva un insieme di aspettative da parte degli altri: è il momento di fare un passo indietro, di comportarsi in modo consono all’età, di ritirarsi dal ruolo di protagonista nella società.

In Italia, è vero l’opposto. Ricordo di essere passato davanti al Teatro alla Scala di Milano poco prima dell’inizio dello spettacolo e di aver osservato la platea di coppie anziane presenti, tra i settanta e gli ottant’anni. Rimasi colpito dagli uomini. Non erano come i patetici uomini degli Stati Uniti che scelgono di essere vecchi.

Quegli uomini, al contrario, erano eleganti, con abiti nuovi e tagli di capelli curati, spesso con chiome grigie vistose che scendevano oltre il colletto. Anche se i signori fuori dal teatro non rappresentavano di certo l’italiano medio in termini di ricchezza o status, mi resi conto che delineavano l’Italia in un senso più profondo: erano ancora pienamente integrati nella società. La loro presenza aveva ancora un peso. Non c’era in loro mascolinità sgonfia, né un forzato svanire sullo sfondo. Cominciai a notare questo aspetto in tutta Italia. Che fosse in un borgo dell’interno della Sardegna o dell’Abruzzo, la differenza tra un italiano di settant’anni (o più) e i suoi coetanei americani era evidente: nella forma fisica, nel coinvolgimento sociale e nel ruolo nel tessuto della società.