C’è qualcosa di poeticamente italiano nel dibattito sulle pensioni. Da una parte i dati demografici che urlano disperati, dall’altra la politica che continua a parlare come se fossimo ancora nel 1985, quando i figli nascevano, i lavoratori aumentavano e le aziende assumevano a ritmo continuo. Oggi invece abbiamo un piccolo dettaglio: i lavoratori futuri, banalmente, non sono nati.

L’inverno demografico significa esattamente questo: nei prossimi quindici anni mancheranno milioni di persone nel mercato del lavoro. Non perché emigrano. Non perché scelgono il divano. Ma solo perché non sono mai venute al mondo. Nel frattempo, però, succede un’altra cosa terribilmente scomoda per i professionisti dell’indignazione permanente: la gente vive di più e vive meglio. Una volta a 65 anni si immaginava il pensionato con la coperta sulle ginocchia e il telecomando in mano. Oggi a 70 anni c’è chi insegna, dirige aziende, va in palestra, usa ChatGPT meglio dei nipoti e magari apre pure un profilo social dove dispensa consigli finanziari non richiesti. Eppure c’è ancora chi ripete, con aria drammatica, che bisogna abbassare l’età pensionabile. La verità è che il sistema produttivo italiano sta entrando in una fase completamente diversa. I lavori cambiano. Molte attività fisiche diminuiscono. L’intelligenza artificiale renderà molti lavori meno pesanti e più sostenibili anche con l’avanzare dell’età. Non significa che tutti dovranno lavorare fino a cent’anni, ma significa capire che nel 2026 non si può ragionare con la fotografia sociale degli anni Settanta.,Naturalmente esistono i lavori usuranti. E lì il discorso cambia. Chi svolge attività realmente pesanti merita tutele specifiche. Ma trasformare ogni scrivania con aria condizionata in una miniera di carbone è una forma d’arte tutta italiana.