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Ultimo aggiornamento: 7:54

Pubblichiamo un intervento di Matteo Jessoula, ordinario di Scienza Politica all’università degli Studi di Milano

È sorprendente come dibattito e pratiche sulle pensioni rimangano immutate nei decenni, in un quadro costantemente polarizzato. Da un lato, le promesse di singoli partiti interessati a ricompensare il proprio elettorato: promesse legittime, sia chiaro, ma spesso rivolte a (più o meno micro-) constituencies relativamente non svantaggiate (il caso di Quota 100 su tutti). Dall’altro, autorevoli commentatori che lanciano il grido dall’allarme circa le “drammatiche conseguenze” sul debito pubblico di possibili misure espansive quali la recente promessa di congelamento dell’età pensionabile a fine 2026. Non manca mai, immutabile anch’esso, l’osservatore straniero, questa volta un articolo sul Financial Times, prontamente rilanciato dalla stampa nazionale, che punta il dito: se l’Italia interviene sull’età pensionabile va “controtendenza” rispetto ai principali paesi europei, Germania e Francia in primis, indebolendo la sostenibilità fiscale del sistema e mettendo a repentaglio la credibilità sui mercati finanziari. Risultato: a meno di improbabili sorprese dell’ultima ora, anche quest’anno la montagna delle pensioni partorirà il topolino, cioè l’ennesimo aggiustamento al margine delle regole di accesso al pensionamento.