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9 FEBBRAIO 2026
Ultimo aggiornamento: 8:01
Dopo l’ennesimo tradimento delle promesse elettorali sulle pensioni – dalla flessibilità in uscita al superamento della Legge Fornero con “Quota 41” fino alle pensione di vecchiaia per le donne a 63 anni e 20 di contributi e a quella di garanzia per i giovani – da parte del governo guidato da Giorgia Meloni, l’opposizione ha battuto un colpo. La mozione unitaria Avs-Pd-M5s ha il merito di provare a superare tre decenni di dibattito costretto entro una cornice di chiara impronta neoliberista. A trent’anni dalla riforma Dini del 1995 e a quindici dalla famigerata riforma Monti-Fornero, le pensioni possono tornare oggetto di una sana competizione politica: viste le mosse del governo, l’occasione è più che propizia per le opposizioni. Non poteva mancare l’immediata reazione sulla stampa, anche da parte di autorevoli commentatori, contro la mozione unitaria, a difesa sia del meccanismo di adeguamento automatico dell’età pensionabile all’aumento dell’aspettativa di vita che delle “virtù” della previdenza complementare.
In questa prospettiva è opportuno fissare 10 punti essenziali per scardinare quella gabbia di ferro, sia cognitiva che valoriale, che mantiene il sistema pensionistico italiano inchiodato all’architettura definita nella fase 1992-2012, un impianto ormai inadeguato a coniugare la sostenibilità economico-finanziaria con l’adeguatezza e la sostenibilità sociale e politica.






