La terra ha tremato ancora, ieri mattina, a Gaza. Un boato sordo, poi la colonna di fumo nero che si solleva nel punto esatto in cui sorge la scuola Ghaith. Reem ha corso con il cuore in gola, le scarpe affondate nella terra, ormai secca, una striscia dove non esiste più alcun luogo sicuro. Ha corso pensando che per il suo bambino fosse arrivata la fine.
Invece, per miracolo, lo ha ritrovato poco distante: sotto choc, coperto di polvere, ma vivo. Scampato all’ennesimo massacro. Reem ha affidato il suo urlo di disperazione e sollievo a un post pubblicato ieri sui social. Ma le sue parole non sono solo l’ennesima cronaca dell’inferno della Striscia: sono il seguito drammatico di quella denuncia che abbiamo sollevato solo pochi giorni fa su queste pagine, quando vi abbiamo chiesto di chiudere gli occhi e di immaginare il sadismo istituzionale di uno Stato che concede una borsa di studio a una madre ma le impone di abbandonare il proprio figlio sotto le bombe.
MENTRE SCRIVO mi arrivano i video dei bombardamenti che avvengono in questo esatto momento sulla zona di Al Mawasi. Gente bruciata viva, tra i morti soprattutto bambini. Oggi quel ricatto disumano suona, se possibile, ancora più feroce. Quante volte ancora il piccolo Baraa – il bambino che nei suoi video saluta l’Italia dicendo «Hi, my second family» – scamperà per un soffio alla morte?








