È una storia di questi giorni. È la storia di Reem Abu Arab e di suo figlio Baraa, e di Karam e Ola Dahman e della loro bambina, Silla: uomini e donne che, da Gaza, hanno vinto borse di studio per venire a frequentare dei master universitari in Italia, ma cui il Consolato italiano ha negato di poter portare con sé i propri figli, entrambi minorenni. Naturalmente, quando mesi fa avevano presentato la domanda, lo avevano chiesto in via esplicita: il visto avrebbe dovuto includere tutti. Ora quella domanda è stata accolta, ma i figli non sono stati inclusi; anzi, nel caso di Karam non è stata inclusa neppure sua moglie, Ola. E questa mancata inclusione è stata comunicata, per quel che ne sappiamo, quasi senza spiegazioni: a Reem con una telefonata, nella quale le sarebbe stato detto poco più di «suo figlio non parte»; a Karam con un messaggio sul canale whatsapp del Consolato, in risposta alla sua richiesta se anche sua moglie sarebbe stata contattata. «No», risulta che sia stato il testo del messaggio. La scelta, per Reem e Karam, è comunque ineludibile, ad oggi: rimanere a Gaza, dove intanto le bombe non hanno mai smesso di cadere, ma almeno rimanere con i loro figli (e nel caso di Karam anche con la moglie); o partire, ma senza di loro. Il che più o potrebbe significare: morire insieme, o salvarsi da soli.
Se la burocrazia perde di vista gli esseri umani
Le storie di chi da Gaza, dopo aver vinto borse di studio per venire a frequentare dei master universitari in Italia, si è scontrato con leggi e burocrazia. Loro possono venire ma non portare i propri figli, entrambi minorenni












