Provate per un solo istante a chiudere gli occhi e a immaginarvi dentro una tenda. Intorno a voi, il rumore assordante delle bombe. (A Gaza, non hanno mai smesso di cadere). Una ha colpito la tenda accanto alla vostra, lasciandovi vivi per miracolo, ma nel terrore. Ci sono giorni che avete fame. E soprattutto, avete una sete cronica, quella che stringe la gola, perché l’acqua, a Gaza, è contaminata. In questo inferno, però, avete una luce: un’università italiana vi ha riconosciuto il merito, vi ha assegnato una borsa di studio. Avete una via d’uscita legale, sicura. Un passaporto per la vita.
Poi squilla il telefono. È il Consolato Generale d’Italia a Gerusalemme. Vi dicono che voi potete partire. Ma vostro figlio no. Il vostro bambino deve rimanere lì, sotto le bombe, da solo. È l’atroce, disumana realtà che lo Stato italiano, attraverso i canali consolari, sta imponendo in queste ore a più di una famiglia palestinese. Una scelta che non ha nulla di burocratico, ma che assume i contorni di un vero e proprio sadismo istituzionale.
Reem Abu Arab è una donna di una dolcezza disarmante. Ha quasi 30 anni, una laurea in Health Management e un sogno. Ha vinto una borsa di studio presso l’Università Cattolica di Milano per frequentare un Master in Relazioni d’aiuto in contesti di sviluppo e cooperazione. L’ateneo milanese, insieme alla Fondazione Asilo Mariuccia, ha già predisposto tutto per accoglierla. Non solo lei: hanno preparato una casa per lei, per la nonna (da poco rimasta vedova) e per il piccolo Baraa, il suo bambino.






