Italiano, verrebbe di scriverlo in maiuscolo. Italiano: nonostante il nome e il cognome, Salim El Koudri, 31 anni. Nato qui, cresciuto qui, istruito qui. Ammalatosi qui. Dove il cervello ha iniziato a sbandare, andandosene a inseguire mostri. E a suggerirgli di puntare il muso dell’auto contro la folla dello shopping di Modena.Poco importa che fosse irretito da ombre ingigantite dal sentirsi discriminato per le origini. Frustrato da un presente non all’altezza delle aspirazioni. La caccia alla radicalizzazione da lupo solitario jihadista si ferma qui. Perché nei recessi di una testa malata ci può stare ogni fantasia. Ma questo non fa della tragedia di Modena un atto terroristico, come ha dovuto affrettarsi a precisare il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi.Nella testa dei matti ci sta di tutto. E Salim El Koudri era seguito come si può dal centro di salute mentale di Castelfranco Emilia. In quella dei savi dovrebbe esserci la lucidità di chi sa distinguere, discernere, si dovrebbe dire. E non usa ogni tragedia per il ritornello del “dagli allo straniero”.Se poi si invoca – come ha fatto in pieno slancio propagandistico Matteo Salvini – la revoca del permesso di soggiorno per chi commette crimini si passa dal vaneggiamento al ridicolo nello spazio di una sparata a portata di megafono. Perché, per le ragioni di cui sopra, il permesso di soggiorno non c’entra nulla. Non è difficile: in una società come la nostra, puoi chiamarti Salim, Ahmed o Karim ed essere italiano. Anche se non giochi a calcio.Sono i figli di chi è arrivato da lontano. Le seconde e terze generazioni di un flusso che non si ferma e alimenta le nostre pensioni. E le nostre mafie. Come quella del bracciantato.Da una politica che sa discernere ci si aspetterebbe un’analisi – anche rozza – sulle ragioni che lasciano fuori controllo un malato psichico grave. Ci si interrogherebbe su come sia possibile che quelli che chiamiamo sbrigativamente matti si ritrovino abbandonati a se stessi, nonostante gli sforzi della sanità, impotente di fronte alla necessità di garantirgli continuità terapeutica. E che due milioni di persone non abbiano cure, come ha spiegato “Il Fatto”, citando dati dello stesso ministero della Salute.Seppellita dalla storia, dal diritto e dalla medicina la vergognosa storia dei manicomi, si pretendeva che il disagio psichico sparisse. Prima lo si segregava, relegandolo al chiuso di lager. Poi, anziché investire, si immaginava di occultarne l’esistenza in una sorta di nebulizzazione sociale.A fronte di indici perennemente al rialzo – complici l’onda lunga della pandemia, la bolla isolazionista da socialità digitale – il settore della salute mentale è quello più trascurato, ignorato e falcidiato dai tagli: quota di fondi al di sotto del 3 per cento, contro i 10 della media europea. I disagi crescono e gli specialisti diminuiscono. I posti nelle residenze, quando ci sono, non bastano. E la sofferenza è affare di solitudine o di carico familiare. Lo smantellamento della sanità, la stessa che il capo dello Stato ha elogiato per lo sforzo nella cura dei feriti di Modena, è il dato che dovrebbe indurre a maggiore cautela nell’approcciare storie al limite. Ma per farlo occorrerebbe una certa dose di consapevolezza e l’esercizio di ciò che chiamiamo responsabilità.Sì, nella testa dei matti c’è di tutto. In quella dei savi, spesso, il nulla.