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Se, in questo cupo finale di primavera, cerchiamo una buona notizia, allora accontentiamoci della speranza di tregua tra Usa e Iran. Un accordo (anche se ancora nebuloso) c’è stato, lo stretto di Hormuz sarà riaperto (vedremo a quali condizioni), il prezzo del petrolio non impazzirà, e così anche - per noi - quello di benzina e diesel. Riconquisteremo uno stato psicologico meno ansioso, e la parola «guerra» comparirà un po’ meno in tv e sui giornali.
Non solo. Se vogliamo proseguire sul sentiero dell’ottimismo, si è saldato il rapporto tra Trump e i paesi del Golfo riaggrediti dall’Iran, e Teheran ha dovuto constatare un notevole grado di isolamento. Ma le ragioni dell’ottimismo finiscono qua. Che senso ha avuto, per Trump, lanciarsi in un’offensiva militare lasciando il lavoro a metà? Anzi, peggio: avendo ottenuto una netta vittoria sul campo che però non è stato in grado di capitalizzare a tavolino? Si dirà che il vero metro di giudizio sarà rappresentato dalla sorte del progetto nucleare iraniano: se verrà davvero fermato nei prossimi 60 giorni, il gioco sarà valso la candela. Ma se invece si resterà in un limbo, e invece con un fiume di denaro sbloccato a favore del regime, ci ritroveremo nella logica sbagliata dei tempi di Obama e Biden.













