di
Viviana Mazza
Intervista all'archistar: «Il mio rifugio è in mezzo ai libri, ho letto mille volte l'Ulisse di Joyce. Milano è una delle città migliori d'Europa. Se sono preoccupato per la democrazia? Sì: dovremmo lottare e partecipare appieno»
DALLA NOSTRA CORRISPONDENTENEW YORK - Daniel Libeskind ci riceve nella biblioteca del suo studio a Manhattan. A maggio ha compiuto 80 anni e il primo edificio da lui realizzato, il Museo Ebraico di Berlino, ha celebrato il suo 25° anniversario, con la mostra «Between the Lines» che rivisita il progetto per illustrarlo alle nuove generazioni.
Libeskind tiene una vecchia copia dell’«Ulisse» di Joyce sulla scrivania (ne possiede molte): a volte lo apre e ne legge un passaggio. «L’ho letto probabilmente mille volte. I professori lo fanno sembrare difficile ma non lo è. È un piacere. Penso a Joyce come a Shakespeare: usa il più ampio vocabolario, 25 mila parole, alcune le inventa, usa parole aristocratiche e plebee. È come l’architettura, che deve avere appeal a certi livelli ed essere anche molto pratica e robusta».









