C’è un momento, nella vita di ogni architetto italiano, in cui smette di progettare case e comincia a progettare panel. Moderatore, keynote speaker, facilitatore, curatore di Biennali, compilatore di bandi europei, esperto di resilienza urbana e biodiversità affettiva. L’architetto contemporaneo ormai non costruisce quasi più nulla: produce discorsi sull’atto del costruire. È forse da questa malinconia di fondo che nasce il saggio di Spartaco Paris, Amiamo l’architettura. Sul destino incerto di un’arte civica pubblicato da Laterza, titolo che già sembra un SOS lanciato dentro una call su Zoom del Politecnico. Naturalmente il riferimento è a Amate l’architettura – imperativo, quasi militaresco – di Gio Ponti. Ma Paris cambia leggermente il verbo: non più “amate”, bensì “amiamo”, come dire: proviamo almeno tra noi a salvarci prima che l’architettura finisca definitivamente nelle mani degli agenti immobiliari col drone, dei renderisti emozionali e dei developer che parlano come chatbot di McKinsey.Paris, che insegna architettura e dunque conosce bene il teatro dell’assurdo accademico, costruisce un pamphlet elegantemente disperato sul declino del ruolo sociale dell’architetto. Un declino che vede ovunque: nelle università fossilizzate su programmi anni Novanta, nell’inglese “globish” delle facoltà, nelle riviste lette ormai da sette persone e mezzo, nelle Biennali trasformate in rave interdisciplinari dove gli architetti parlano con geografi, neuroscienziati e speleologi fino a dimenticarsi come si disegna una finestra.Una delle cause della crisi? L’editoria architettonica stessa. Le riviste prestigiose di un tempo – Domus, Casabella, Architectural Review – sembrano vecchi transatlantici un po’ malinconici, mentre oggi conviene publicare su ArchDaily,o qualunque piattaforma online dove conta soprattutto essere condivisibili e acchiappare like. “L’architettura è pilotata dagli uffici stampa”, scrive Paris, e viene da dire: non è certo l’unico settore. Anche qui ormai conta stupire, “lasciare il segno”, diventare “iconici”, proprio come nel tragicomico romanzo contemporaneo del branding permanente. Ogni edificio deve sembrare il trailer di sé stesso. Le parole d’ordine dominanti?“Energia” e “fondi immobiliari”. Da una parte il neo-funzionalismo ambientalista, dall’altra la trasformazione delle case in puro asset finanziario. In mezzo gli architetti, che spesso sembrano figure decorative di un processo deciso altrove. E infatti Paris fa una domanda crudele ma giusta: dove sono gli architetti quando si parla di periferie degradate, di disastri urbani, di crolli sociali? Non pervenuti. Parlano psicologi, sociologi, giornalisti, influencer urbani, perfino gli chef. L’architetto ormai compare soprattutto nei rendering o alle inaugurazioni.Poi naturalmente ci sono gli immancabili eventi. Oggi ogni angolo del globo possiede la sua Biennale: Venezia, certo, ma anche Tallinn, Tirana, forse presto Ladispoli. Paris ricorda che alla Biennale veneziana gli espositori sono passati in pochi anni da circa cento a settecento. Una proliferazione che dovrebbe teoricamente significare vitalità e invece produce spesso l’effetto opposto: una specie di gigantesco Fuorisalone teorico dove tutto è importante e dunque niente lo è davvero. Installazioni, mappe, ecosistemi sonori, riflessioni sul lichene come pratica decoloniale. Intanto fuori continuano a costruire palazzi orrendi.