A 87 anni, nel suo rifugio sul mare, l’architetto e senatore a vita pensa, scruta, disegna nell’aria con le mani. Crea, con le parole e gli sguardi, fermi temporali in cui tutto, di colpo, diventa chiaro. “C’è una cosa di cui si parla con una specie di ritegno, che è il rincorrere la poesia. Cercare qualcosa in più in quello che già c’è”

di Carlo Antonelli

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Il taxi scricchiola sulla ghiaia dietro una curva dell’Aurelia, appena finisce Genova. A 100 metri inizia la leggendaria spiaggia di Vesima, almeno per i locali. Il catrame scuro e oleoso su questi sassi sporcava il costume, le gambe. Ci andavano negli anni Settanta e Ottanta i ponentini che abitavano vicino alle grandi acciaierie di Cornigliano e quartieri limitrofi: provavano ad alleggerirsi la vita e invece venivano inzozzati malamente.

La leggerezza, già. Proprio lì, dietro appunto la curva che porta a questo arenile – ora ripulito – c’è la grande collinetta rocciosa a precipizio sul mare dove Renzo Piano ha stabilito in quello stesso periodo il suo luogo di progettazione (“workshop” l’ha chiamato, anticipando di parecchio questo approccio ora generalizzato). Il Renzo Piano che si è fatto questo rifugio segreto, invisibile, era un Piano che forse leggeva e amava la fantascienza classica, l’uscita totale dalla tradizione dell’italianità. Un Piano un po’ beat, potremmo dire, un Piano degli anni pazzeschi, dei collettivi, anche fiorentini (“Sì, sono andato a Firenze per studiare. Poi lì mi sono annoiato, era troppo bello, sono andato via. E comunque all’università ci andavo solo per occupare”, racconterà mentre parliamo). Un Piano un po’ birbante. Quello dell’ancora incredibile Centre Pompidou, che dei futuri riti culturali aveva capito tutto. Ora è sotto ristrutturazione per cinque anni, ma tanto non invecchierà mai, con gli oblò come finestre e gli ascensori che si muovono in modo longitudinale. Proprio come questo che mi scarrucola su verso i vari piani dello studio e scorre sul pendio dello strapiombo, terrorizzando i più. Lo studio è bianco e pieno di vetro. È una sorta di gabbianesco rifugio marino. È un distillato apparentemente semplice e precisissimo della poetica ligure dal Novecento in poi. La leggerezza, appunto. Ovviamente Calvino, col quale erano amici. Come fece il compianto Italo, anche Piano è da tempo andato a vivere a Parigi. Fa parte in modo naturale di quel côté culturale del Novecento. Ma deprivato della bohème. L’architetto ha 87 anni ed è di una bellezza e sinuosità sfolgoranti. È un ulivo sul mare. Gli occhi color dell’acqua. Giuro che non sto esagerando. L’eleganza poi dei gesti, e la precisione delle parole. Ogni tanto guarda la linea tra acqua e cielo davanti a sé, che non l’ha mai stufato.