Credo che chiunque in questi giorni abbia visto il video in cui Itamar Ben- Gvir ha. Non so bene che verbo usare in merito. “Umiliare” mi sembra un termine troppo delicato per descrivere ciò che hanno dovuto subire lə attivistə della Flotilla, senza considerare le vessazioni, la violenza e l’orrore di cui sono state vittime sin dall’abbordaggio illegale delle loro imbarcazioni. Se si è comportato in maniera così disumana con loro, non è difficile immaginare quale sia, sia stata e sarà, la sua condotta fascista e terrorista nei confronti del popolo palestinese. Anzi, forse lo è. Come disse Marco Travaglio, “La mia peggiore immaginazione viene scavalcata”. La mia, altrettanto. Scriverne mi sembra quasi inutile, e a volte le parole mi appaiono prive di forza e significato. Non sono una voce autorevole, eppure sento la responsabilità di questo spazio, che ho il privilegio di occupare ogni settimana su questo giornale. E allora mi chiedo: di cosa bisogna scrivere? Non è un lavaggio di coscienza, ma una maniera in cui cerco di abitare la scrittura. Come può esistere, qual è la sua ragion d’essere se non restituisce uno sguardo su ciò che accade in ogni oggi? (Lo so, mi ripeto spesso, ma). Qualche giorno fa sul The Guardian è uscita un’intervista tra Sally Rooney e l’attivista Samir Eskanda. Rooney racconta che dopo aver pubblicato “Parlarne tra amici” e “Persone normali” con l’editore israeliano Modan, si è interrogata sulla coerenza tra questa scelta e il sostegno al popolo palestinese, specialmente dopo esser venuta a conoscenza dei legami della casa editrice con l’apparato militare. Di conseguenza, non ha venduto i diritti di “Dove sei, mondo bello?” a nessun editore israeliano. La stessa Rooney che, per aver sostenuto pubblicamente Palestine Action, non ha potuto presenziare alla consegna del premio Sky Arts Award for Literature a Londra lo scorso settembre, perché minacciata di arresto. Intermezzo invece sarà a breve pubblicato da November Books, editore che si oppone all’apartheid, non opera nei territori occupati e non riceve fondi statali. Isolare totalmente Israele ha conseguenze ambivalenti: da un lato non distingue ə cittadinə dal proprio governo, e un rifiuto da parte dell’ambiente culturale e sociale mondiale gioca a favore della politica di Netanyahu, Ben-Gvir, Smotrich e compagnia cantante; dall’altro, quanto si sarebbe complici di una politica colonialista e genocida? “È importante non compiacersi della sensazione di essere nel giusto. Devo sempre fare un esame di coscienza, e confrontarmi con lə altrə per essere certa di essere davvero coerente con i miei principi, o perlomeno il più coerente possibile. Ma se sono convinta ragione, le critiche non mi turbano più di tanto. Chi si è mai schieratə contro un’ingiustizia senza essere criticatə? Se è solo questo ciò che devo sopportare, allora è davvero poco” dice ancora Rooney a Eskanda. Abitare la scrittura, in questo determinato momento storico, non può esimersi dal porsi delle domande. A prescindere da cosa scegliamo di raccontare, dobbiamo assumere la responsabilità di ciò che dal nostro sguardo traduciamo in parole - seppur poco autorevoli, minute o dimesse - e dello spazio che occupano. Perché le parole siano, parafrasando Marjane Satrapi, “sempre integre e coerenti con noi stessə”.
Sally Rooney, e la casa che abitiamo
Credo che chiunque in questi giorni abbia visto il video in cui Itamar Ben- Gvir ha. Non so bene che verbo usare in merito. “Umiliare” mi sembra un termine troppo delicato per descrivere ciò che hanno dovuto subire lə attivistə della Flotilla, senza considerare le vessazioni, la violenza e l’orrore di cui sono state vittime sin dall’abbordaggio illegale delle loro imbarcazioni. Se si è comportato in maniera così disumana con loro, non è difficile immaginare quale sia, sia stata e sarà, la sua condotta fascista e terrorista nei confronti del popolo palestinese. Anzi, forse lo è. Come disse Marco Travaglio, “La mia peggiore immaginazione viene scavalcata”. La mia, altrettanto. Scriverne mi sembra quasi inutile, e a volte le parole mi appaiono prive di forza e significato. Non sono una voce autorevole, eppure sento la responsabilità di questo spazio, che ho il privilegio di occupare ogni settimana su questo giornale. E allora mi chiedo: di cosa bisogna scrivere? Non è un lavaggio di coscienza, ma una maniera in cui cerco di abitare la scrittura. Come può esistere, qual è la sua ragion d’essere se non restituisce uno sguardo su ciò che accade in ogni oggi? (Lo so, mi ripeto spesso, ma). Qualche giorno fa sul The Guardian è uscita un’intervista tra Sally Rooney e l’attivista Samir Eskanda. Rooney racconta che dopo aver pubblicato “Parlarne tra amici” e “Persone normali” con l’editore israeliano Modan, si è interrogata sulla coerenza tra questa scelta e il sostegno al popolo palestinese, specialmente dopo esser venuta a conoscenza dei legami della casa editrice con l’apparato militare. Di conseguenza, non ha venduto i diritti di “Dove sei, mondo bello?” a nessun editore israeliano. La stessa Rooney che, per aver sostenuto pubblicamente Palestine Action, non ha potuto presenziare alla consegna del premio Sky Arts Award for Literature a Londra lo scorso settembre, perché minacciata di arresto. Intermezzo invece sarà a breve pubblicato da November Books, editore che si oppone all’apartheid, non opera nei territori occupati e non riceve fondi statali. Isolare totalmente Israele ha conseguenze ambivalenti: da un lato non distingue ə cittadinə dal proprio governo, e un rifiuto da parte dell’ambiente culturale e sociale mondiale gioca a favore della politica di Netanyahu, Ben-Gvir, Smotrich e compagnia cantante; dall’altro, quanto si sarebbe complici di una politica colonialista e genocida? “È importante non compiacersi della sensazione di essere nel giusto. Devo sempre fare un esame di coscienza, e confrontarmi con lə altrə per essere certa di essere davvero coerente con i miei principi, o perlomeno il più coerente possibile. Ma se sono convinta ragione, le critiche non mi turbano più di tanto. Chi si è mai schieratə contro un’ingiustizia senza essere criticatə? Se è solo questo ciò che devo sopportare, allora è davvero poco” dice ancora Rooney a Eskanda. Abitare la scrittura, in questo determinato momento storico, non può esimersi dal porsi delle domande. A prescindere da cosa scegliamo di raccontare, dobbiamo assumere la responsabilità di ciò che dal nostro sguardo traduciamo in parole - seppur poco autorevoli, minute o dimesse - e dello spazio che occupano. Perché le parole siano, parafrasando Marjane Satrapi, “sempre integre e coerenti con noi stessə”.














