«Il trattamento riservato agli attivisti rapiti da Israele in acque internazionali, il video girato e diffuso da Ben Gvir che li calpesta e dileggia, mi mettono i brividi nella schiena. Ma rappresentano solo un piccolo esempio di quanto capita tutti i giorni a migliaia di palestinesi nelle carceri israeliane. Ho apprezzato le reazioni indignate di tanti nel mondo, ho apprezzato particolarmente le parole di Mattarella. Ora mi auguro che dalle parole di condanna si passi ai fatti: e i fatti devono essere il boicottaggio economico di Israele».

Sulla conversazione con Anna Foa, pensata per raccontare il suo rapporto ricco e complicato con l’essere ebrea, è piombato come una bomba lo spettacolo raccapricciante del fascista Ben Gvir che tortura in diretta video centinaia di persone disarmate catturate illegalmente dallo Stato israeliano.

Ma il filo delle parole autobiografiche di Foa non è così lontano dalla tragica attualità di questi anni. Comincia ricordando: «Se venivano amici miei a casa, anche nei primi anni del liceo, mio padre chiedeva sempre: è ebreo? E io non capivo: perché domanda se è ebreo?». «Mio padre» era Vittorio Foa, ebreo non credente, la madre di Anna era Lisa Giua, non ebrea.