Per capire chi fu Francesco, anzi Giovanni di Pietro di Bernardone poi divenuto frate Francesco e infine San Francesco, bisogna partire da Assisi. Meglio arrivarci a piedi, attraversando i cammini boschivi dell’Umbria, e scoprirla là in cima, nel suo rosa pallido, quasi aggrappata ai grandi contrafforti della Basilica e del Sacro convento. Il segreto è non fermarsi all’emozione, e scoprire che quel mondo spirituale e incantato, dove ogni pietra è al suo posto e ogni angolo rimanda a un Duecento un po’ troppo francescano e di maniera – che Giovanni non riconoscerebbe, che Francesco non amerebbe – è il frutto di stratificazioni di secoli, codificati infine dai restauri “medievalizzanti” guidati nel Novecento dallo storico e podestà Arnaldo Fortini, che ne hanno definito l’immagine. Esattamente come, solo qualche decennio dopo il “Transito” di cui si celebrano quest’anno gli otto secoli, l’imago di Francesco iniziò a essere codificata: dai biografi e dai teologi dell’Ordine che guidarono la mano degli artisti che hanno contribuito a costruire, o circoscrivere, la “leggenda” del Poverello. Ma per capire Francesco bisogna sforzarsi di dimenticare tutto questo. Meglio cercare altri luoghi, Spello, Greccio, La Verna, le spelonche e le chiesette diroccate che Giovanni-Francesco cominciò ad amare prima ancora di spogliarsi, come San Damiano col suo Crocifisso dagli occhi grandi. Un Francesco più storico, più terragno. Inserito in una geografia meno ideale, con una spiritualità più radicale, in un mondo in cui la Chiesa andava concretamente in rovina ma in cui comunità autonome e silenziose, anelanti a una nuova religiosità, nascevano. Di quel Francesco, negli occhi pellegrini che quest’anno affollano la sua tomba, non c’è molto.Bisogna andare a cercare. Alle fonti. E tra le Fonti francescane, soprattutto nei suoi scritti autografi, spesso trascurati. Scoprire chi è stato nel suo tempo e perché sia vissuto così. E’ ciò che ha provato a fare Antonio Musarra, storico medievale della Sapienza, non uno specialista di storia religiosa né di francescanesimo, in un saggio corposo e interessante pubblicato dal Mulino, Il mondo secondo Francesco d’Assisi. Finalmente un libro non divulgativo, non votato al pop come troppa pubblicistica largamente inutile di quest’anno giubilare. Musarra vuole occuparsi di un Francesco “ben diverso dall’immagine addolcita delle legendae”. Il Francesco duro della Regola non Bollata (la prima e più rigida, in cui dice “fate penitenza, fate frutti degni di penitenza… beati quelli che muoiono nella penitenza”). Bisogna oltrepassare una lunga stratificazione storica e dottrinale e anche l’iconografia che ha forgiato la figura del santo. Un gioco di rimbalzi: è nata prima la spiritualità francescana o il suo travaso nell’arte? Basterebbe scendere nella Basilica inferiore, a vedere il poco che resta degli affreschi del Maestro di San Francesco, trascritti dal primo racconto di Tommaso da Celano, quello poi che Bonaventura di Bagnoregio fece bruciare per unificare in un’unica interpretazione teologico-biografica l’Alter Christus, il fondatore di quello che era ormai un potente Ordine. Bonaventura, che con la sua Legenda Maior detterà gli affreschi di Giotto nella Basilica superiore. Però Francesco non era esattamente quello lì. Musarra non ci porta a interrogare quei dipinti; fa di tutto per scartare ciò che ha contribuito a fare del Santo un santino. Con forse anche un certo sospetto per la nozione stessa di santo. Ecco allora “la scelta di privilegiare gli scritti di Francesco”. Il Cantico Creaturarum, la Regola Bollata e quella non Bollata, il Testamento, le Ammonizioni e le lettere.Ma per Musarra c’è una questione più sottile, la necessità di prendere le distanze: “Ogni vita, soprattutto quando diventa esemplare, è il prodotto di uno sguardo situato”. Vuole “spostare l’angolo visuale”, cogliere la “testimonianza operante dell’originario carisma della fraternitas” e “raddrizzare una narrazione ormai troppo schiacciata”. Da storico del medioevo ecco allora l’attenzione al contesto, sia quello frastagliato e politico di un’Europa che viaggiava molto, di guerre vicine e lontane. Ma anche la società e la Chiesa. Già allora esistevano, anche prima di Francesco, ordini o movimenti che sceglievano la via della penitenza e della povertà, che creavano forme liturgiche al di fuori delle regole prestabilite. Il primo mito da sfatare è la “conversione lampo” (e anche sulla “spoliazione” davanti al vescovo c’è un po’ di Giotto da rivedere). Nel Testamento scrive, dei primi passi della sua conversione: “Il Signore mi dette tale fede nelle chiese, che io così semplicemente pregavo e dicevo…”. Pregava non solo a San Damiano, ma attraverso “un’esperienza concreta del sacro”, muovendosi in un reticolo che dobbiamo sforzarci di immaginare tra “edifici rurali in rovina, le pievi lungo le strade, le cappelle dei lebbrosari”. E’ in questi itinerari che nasce la prima fraternitas, attirata da quel giovane ben conosciuto che inizia una via di penitenza. E anche qui c’è qualche immagine da riportare alla sua dimensione. La vicenda reale del bacio del lebbroso non è una sua bizzarria miracolistica. Esiste un’antica tradizione fin dal cristianesimo antico che contempla come penitenza la condivisione con i lebbrosi, che per tutto il medioevo sono una presenza emarginata, ma non abbandonata, dalla comunità. I lebbrosi sono “immagine del Cristo sofferente”. “Feci misericordia cum illis”, scrive Francesco. “Fare” concretamente opere di misericordia e conversione. Anche qui, non un’invenzione, c’erano già ordini riconosciuti che praticavano le stesse virtù, come gli Umiliati, esempio di laicato urbano. Quel gran riformatore e ordinatore che fu Papa Innocenzo III ne aveva riconosciuti più d’uno, oltre a guardare con grande attenzione i poveri di Assisi. Era già nato l’ordine di Jean de Matha, dedito alla liberazione degli schiavi cristiani in mano ai musulmani: anche il dialogo col Saladino si inserisce una trama di rapporti mediterranei preesistente. A proposito di altri movimenti che furono invece dichiarati eretici, a un certo lo storico annota: “A differenza di Francesco, però, Valdo non trova un vescovo pronto ad accoglierlo”. E’ vero ma forse solo in parte, perché è vero anche che il Poverello non fu mai ribelle né eretico, anzi aderì da subito ai dettami riformatori del Concilio Lateranense IV del 1215. Anche il rapporto con Chiara e con la sororitas femminile è qualcosa di molto concreto, e ancora una volta inserito nella storia del suo tempo: ne emerge la grande capacità di Francesco di difendere la vocazione speciale della sua “sorella”.Il saggio di Musarra è ricco e aiuta a rappresentarsi il mondo com’era al tempo di Francesco, e il mondo “secondo” il suo sguardo. L’ultimo capitolo si intitola “Il mio Francesco”, a testimoniare non solo un coinvolgimento personale, ma anche punti di vista che, correttamente, non si pretendono mai apodittici. Ma lo scopo del libro è innanzitutto “distinguere tra ciò che è plausibilmente ricordo e modello”. Volendo forzare un paragone, è un tentativo di distinguere tra il “Francesco storico” e il “Francesco della fede” che somiglia al tentativo fatto dagli storici del cristianesimo nei secoli scorsi di distinguere il “Gesù storico” dal “Cristo della fede”. Implicando che il cristianesimo fosse una costruzione teologico-morale creata ad arte dai suoi seguaci. Così anche l’ordinato Ordine francescano sarebbe una costruzione ex post iniziata già con Bonaventura.Ci sono riscontri reali, in questo, ma è interessante un altro aspetto. Alla fine di una lettura partita in mezzo ai caveat e agli inviti a decostruire il santino, la scoperta invece è che il Francesco che emerge non si discosta, nei tratti spirituali e storici, dal santo che prima Tommaso da Celano e poi Bonaventura ci hanno tramandato. Il Francesco storico e il Francesco della fede forse non sono totalmente identici, ma coincidono in tutti i tratti essenziali. Musarra racconta l’aneddoto di uno spettacolo musicale che solo gli antichi frequentatori di gioventù cattoliche possono ricordare, il musical Forza venite gente, che vide dal vivo ad Assisi, e tra le righe lascia emergere un giudizio chiaro: la forza attrattiva di Francesco – che Dante trasforma in endecasillabi che sanno di danza e di gioia, “scalzasi Egidio, scalzasi Silvestro” promana ancora intatta dopo secoli dall’esperienza di Francesco. Senza bisogno di santini.