Ci risiamo. Come se i finanziamenti del Pnrr (200 miliardi circa) quasi non fossero esistiti. l’Istat e vari rapporti di istituzioni internazionali (da ultimi il Fondo monetario internazionale e la Commissione Europea) certificano la situazione economica depressiva e deprimente dell’Italia, ultima per crescita in Europa e prima per debito pubblico in rapporto al Pil. Aggiungiamo il rapido invecchiamento della popolazione, la perdita di giovani, la produttività stagnante, che non consente ai salari di crescere, l’inflazione sostenuta, che addirittura ne riduce il potere d’acquisto - come sa chiunque frequenti i supermercati o i mercati rionali. Abbiamo cambiato governi, ministri e ricette economiche, ma il “paziente Italia” continua a reagire poco o troppo lentamente. Qual è il malessere del Paese? Eppure, le risorse europee sono arrivate, ingenti e senza precedenti. È vero che il Pnrr – un piano politicamente trasversale essendo stato concepito dal governo Conte II, definito e negoziato dal governo Draghi e infine rimodulato e attuato (per l’85 per cento) dal governo Meloni – è orientato soprattutto a investimenti infrastrutturali, tecnologici e sociali; dunque, a interventi i cui effetti richiedono tempo per manifestarsi pienamente. Neppure la maggiore stabilità politica, spesso indicata dagli economisti come condizione favorevole alla crescita, è d’altronde riuscita a imprimere al Paese una spinta significativa.