Il Pnrr ha aiutato il Paese ad avere il segno più nell’indice del Pil, sostenendo quindi una seppure debole crescita.

Accanto a questo aspetto corroborante per l’andamento economico vi è la delusione per un utilizzo a pioggia dei finanziamenti, cioè si esce dal piano con una miriade di piccoli interventi (perfino la costruzione di piste ciclabili) e senza grandi investimenti in grado di essere volano per lo sviluppo del sistema produttivo, anche in vista del suo difficile ingresso nella nuova era dell’intelligenza artificiale. Due esempi. L’Italia sta soffrendo per la dipendenza energetica dall’estero, una parte del Pnrr poteva essere concentrata in un piano per nuovi gasdotti e per accelerare l’autoproduzione, dalle fonti naturali al nucleare. Un altro esempio è la crisi dell’ex Ilva, che rischia di obbligarci ad approvvigionarci di acciaio dall’estero: sarebbe stato auspicabile un intervento (costoso) risolutivo, che avrebbe poi facilitato una successiva privatizzazione.

I fondi ottenuti dall’Europa ammontano a 194,4 miliardi di euro (122,6 da restituire, 71,8 a fondo perduto). Sarebbero stati più che sufficienti per dare uno scrollone all’encefalogramma piatto dell’economia se fossero stati indirizzati verso interventi complessi e decisivi per lo sviluppo. Inoltre l’altra faccia della medaglia erano le riforme.