Siè da poco concluso il Salone Internazionale del Libro di Torino, con la consueta coda di riflessioni. Aggiungo volentieri le mie, che sono com’è ovvio di ordine squisitamente personale. Ho notato, non senza orrore, una deriva contenutistica. Il bello e il brutto – che nella classicità erano categorie morali – non fanno più parte dell’orizzonte discorsivo di presentazione di un libro. L’estetica è stata sostituita dalla funzionalità comunicativa del testo. L’idea non deve più essere originale ma al contrario banale, in grado di orientare il lettore anziché – beneficamente – disorientarlo.
La maggior parte dei libri ruota attorno a temi salubri, edificanti, pedagogici. Gironzolando per gli stand e nelle sale si respirava un’aria terribilmente costruttiva, buonista, retorica. Nessuna colpa della manifestazione in sé, beninteso: il fraintendimento della letteratura viene da fuori (e da lontano). L’aspetto più grave è questo ritorno alla storia come exemplum, quando invece dovrebbe essere soltanto una ipotesi sulla realtà. Un esperimento che, in quanto finzionale, dovrebbe essere il più spregiudicato possibile, ignaro di una moralità aprioristica (in questo senso l’unica moralità della letteratura sarebbe quella di non fornire risposte, ma costruire un valido campo di domande). La relazione tra letteratura ed etica – nodo cruciale – è rilevante non dalla prospettiva del contenuto (che oggi sempre più si vorrebbe politicamente corretto), bensì a partire dal pensiero morale. La letteratura non dovrebbe normare – produrre cioè attraverso i suoi segni un sistema di leggi – bensì stimolare una riflessione libera in ciascun lettore. Così, il romanzo o racconto amorale non sarà quello popolato da personaggi negativi o scene (azioni, pensieri) riprovevoli ma quello che manleva il lettore da una riflessione attiva sull’umano e le sue possibilità, che lo rende per dirla con Marcuse “uomo a una dimensione” (quella che in ambito romanzesco si definisce intrattenimento, unico Dio del nuovo campo pseudo-letterario e midcult). Fuori da questa letteratura irrigidita in un progressismo ottuso, si ha l’impressione di predicare nel deserto. Tu cominci a parlare e vedi il pubblico che rifiuta il discorso e aspetta una verità. Non importa quale, si badi bene. Non ti segue sul terreno scivoloso del confronto dialettico, esige la persuasione e il dogma. E allora viene da chiedersi se ne valga ancora la pena, di parlare e soprattutto scrivere in un certo modo, di abbracciare lo stimolo e la complessità, di cercare le sfumature e le sottigliezze, in un’epoca che è manichea e grossolana. Fare questa immane fatica per chi? La letteratura gode ormai di cattiva reputazione, viene indiscutibilmente fraintesa, fa antipatia. Se scrivi con qualche ambizione letteraria ti metti in guerra contro tutti, contro i promotori a cui toccherebbe vendere un libro ambizioso, contro i librai a cui toccherebbe esporlo e infine contro i lettori, a cui toccherebbe leggerlo. Perché quindi proseguire in questa follia? Mi viene in soccorso solo Shakespeare, una battuta del Macbeth: «Mi sono spinto così avanti ormai nel sangue, che, se dovessi fermarmi, tornare indietro sarebbe penoso quanto avanzare» .








