Sette cose da imparare sulla Sanremo dell’editoria, mentre là fuori c’è il fascismo
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Sette cose che ho imparato andando per la nonsoquantesima volta al Salone del libro, inutilissima fiera torinese alla quale quelli che fanno i libri vanno come quelli che fanno la musica vanno a Sanremo e quelli che fanno il cinema a Venezia: perché sono gli unici pochi giorni l’anno in cui possono percepirsi rilevanti.
Che i libri sono donatori di organi. Me l’ha detto Niccolò Ammaniti, mentre cianciavo di “Gangs of New York” (nel senso di film di Scorsese) e “L’ombelico del mondo” (nel senso di canzone di Jovanotti), cioè di quelle opere che uno ci mette una vita a farle e mica lo sai se dopo anni che la limi verrà un capolavoro, magari viene peggio d’una roba che hai fatto in fretta e furia, magari ti sembrava chissà che e non è niente, magari ti sembrava una robina e ti cambia la carriera o almeno la vita, ero lì che strologavo e lui me l’ha messa giù in sette parole: i libri sono anche donatori di organi. Non riesco a ricordarmi chi mi avesse riferito che secondo Starnone non bisogna preoccuparsi che il proprio libro non venda, perché i libri servono anche a fare altri libri, ma insomma ora lo so: mica hai fatto un libro che il mercato ti ha tirato in faccia, hai messo via un rene per il giorno in cui ti serve.






