Due scrittori si confrontano sull’eterno dilemma. Se per Valentina Farinaccio è un rito che va consumato rigorosamente dall’inizio alla fine e condiviso solo con appassionati, per Mattia Insolia è troppo lungo e cringe: meglio seguirlo a colpi di meme, per ascoltare i brani c’è sempre tempo
a cura di Enrica Brocardo
di Valentina Farinaccio
Superato il Natale, comincio a ricevere inviti. La più ambita è l’ultima serata, quella della finale. La guardi da noi, vero? Un’amica mi ha scritto così, aggiungendo che non potevo rifiutare perché mi aveva prenotata l’anno precedente. Seguiva lo screenshot, era vero. Non rispondo mai di sì o di no. Ma sempre: chi c’è? Perché vedere Sanremo con qualcuno che non lo vive con la tua stessa intensità è inammissibile. Un anno, per esempio, durante una serata di duetti a cui partecipava molta gente – tutta devota, s’intende –si sono presentate due persone che volevano chiacchierare. “Guardiamo Sanremo insieme”, per loro, era un modo di dire. Non immaginavano quanto letterale fosse, invece, il senso della frase.
Quando ero piccola, poi ragazza, Sanremo era una polverosa manifestazione musicale per adulti, eppure per me era un irresistibile, e un po’ scandaloso, esercizio di solitudine. Ci vediamo stasera? Chiedeva qualche sprovveduto della comitiva. Non posso, rispondevo. Senza aggiungere altro. Non era ancora stato protocollato il galateo della Settimana Santa (dal martedì al sabato non si esce) e non esistevano i social, né il Fantasanremo: in quei giorni sparivo. A vivere con tanto trasporto il tempo del Festival eravamo io e Pippo Baudo.














