Deve essere stato duro per la sinistra intellettuale e mediatica passare da un Festival di Sanremo fortemente orientato sul woke, progressista, quale era quello a firma Amadeus, ad un Sanremo che vuole essere solo e semplicemente, come è sempre stato in passato, una vetrina per la musica leggera e un momento di spensieratezza per tanti italiani. Un rito nazionale, non un surrogato delle vecchie Feste dell’Unità. E ancor più duro deve essere stato vedere confermati, e anzi migliorati, l’anno scorso gli indici di ascolto e gradimento.
La parola d’ordine sembra perciò essere diventata, quest’anno, già da prima che le luci dell’Ariston si illuminassero, quella di buttarla in politica, avvalorando la tesi che Carlo Conti sia non il libero e indipendente direttore artistico (e presentatore) della kermesse che è ma il rappresentante di un’avanguardia meloniana pronta a conquistare le “casematte” del potere culturale. Il coinvolgimento da parte di Conti di un comico come Andrea Pucci, che ha preso sul serio la vocazione di far ridere senza intellettualismi e senza strizzare l’occhio a sinistra, era sembrata a lor signori la conferma di questo teorema. Tanto che la vera “macchina del fango”, quella che esercita il progressismo sui social, si è subito messa in moto.














