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Ultimo aggiornamento: 13:45
di Laura Ruzzante
C’era una volta la televisione. Ora c’è il Festival di Sanremo, versione 2026. Un’esperienza mistica che riesce nell’impresa miracolosa di far rimpiangere persino le televendite di pentole degli anni Ottanta. Al timone, con la stessa vivacità di un busto di marmo di Carrara appena lucidato, ritroviamo Carlo Conti. L’uomo che non invecchia, non cambia espressione e, soprattutto, non disturba il manovratore. È il perfetto garante della Restaurazione: dopo le intemperanze di Amadeus, che ogni tanto si permetteva il lusso di una nota fuori spartito, la Rai dei patrioti ha richiamato il “ragioniere dell’etere” per riportare l’ordine, la disciplina e la noia d’ordinanza.
Il cast dei 30 “Big” (termine usato con la stessa precisione semantica con cui si definisce “statista” un sottosegretario a caso) sembra uscito da un bando di concorso dell’Inps per il recupero delle glorie perdute. Ci sono cantanti che cambiano look e opinioni politiche con la frequenza con cui noi cambiamo le pile del telecomando. Ci sono i soliti sospetti del pop ministeriale e, per non farsi mancare nulla, la quota “giovane” rappresentata da gente che, se non avesse i tatuaggi sulla faccia, verrebbe scambiata per la comparsa di un film di Pupi Avati.














