Non ci siamo. E non è una questione di numeri. Oddio, anche di quelli se è vero come è vero che la prima serata del Festival 2026 ha totalizzato 9.600.000 spettatori con il 58% di share, ovvero circa 3 milioni e oltre 7 punti percentuali in meno rispetto a un anno fa. Carlo Conti in conferenza dice: «Sono molto soddisfatto, mi aspettavo il 55% e comunque avrei dovuto battere il me stesso del 2025», ma sembra la difesa strenua di una squadra faticosamente arroccata nella sua area.

E comunque, dicevamo, non è una questione di numeri, ma di percezione, commenti, considerazioni fatte nel mondo reale più che nella sala stampa dell’Ariston. Questo Festival non ha ingranato, non è nemmeno difficile capire perché è proviamo a spiegarlo con la doverosa serenità (stiamo pur sempre parlando di un prodotto che incolla dieci milioni di connazionali) e l’affetto di chi spera che in futuro vengano apportati i giusti correttivi. Sotto con la predicozza, snocciolata per punti.

1) Ci sono troppe canzoni. Tantissime. E francamente non è nemmeno una questione di “quante sono”, ma di “cosa sono”, perché se mi proponi 30 Imagine me le ascolto volentieri e mi lecco i baffi, son mica pirla. Qui però di Imagine non ne abbiamo sentita manco mezza e, anzi, troppi brani sono destinati a non lasciare il benché minimo segno. E stiamo parlando di almeno la metà degli iscritti in gara. Se il pezzo più chiacchierato, quello che ha generato un minimo di emozioni è quello di Sal Da Vinci, significa che lui è stato bravissimo, ma che a livello di proposta musicale abbiamo fatto un salto indietro di almeno dieci anni.