Nel film di Bertrand Tavernier Il giudice e l’assassino, un giudice carrierista e calcolatore, fingendosi comprensivo e tollerante, riesce a estorcere a un pluriomicida chiaramente fuori di senno la confessione dei suoi orrendi delitti e, invece di internarlo in manicomio, come gli aveva lasciato intendere, lo condanna a morte. Partendo da un fatto di cronaca realmente accaduto nel tardo Ottocento, Tavernier mette a nudo il cinismo borghese, rappresentando al contempo l’ambigua fascinazione reciproca che si instaura tra i due protagonisti: non è l’ambito giudiziario a essere scandagliato e messo in discussione nella pellicola, ma la moralità del tutore della legge.
Allo stesso modo, nel reportage di Janet Malcolm Il giornalista e l’assassino (traduzione Enzo d’Antonio, Adelphi, pp. 170, € 19,00), un processo per frode intentato al suo biografo da un ergastolano accusato di aver assassinato la moglie incinta e le due figliolette, è l’occasione non tanto per valutare la legalità del comportamento dello scrittore quanto per discuterne la moralità e, di conseguenza, l’etica del giornalismo. Il riferimento è a un crimine che sconvolse gli Stati Uniti alla fine del secolo scorso: un giovane medico militare, Jeffrey MacDonald, già scagionato nel 1970 dall’accusa di avere sterminato la propria famiglia con un bastone e un punteruolo da ghiaccio, tornato sotto processo nove anni dopo, inserisce nel proprio collegio di difesa un giornalista d’inchiesta, Joe McGinnis, che non solo segue da insider lo svolgimento dei lavori in tribunale, fino alla condanna di MacDonald, ma instaura con l’imputato un rapporto di stretta amicizia, professandosi sostenitore della sua innocenza. Dopo quattro anni di fitta corrispondenza con l’ergastolano, di cui continua a sostenere l’irreprensibilità, McGinnis pubblica un libro, Fatal Vision, dove dipinge l’amico come uno psicopatico omicida. La causa per «frode e violazione di contratto», che MacDonald gli intenta, presto si trasforma in un dibattimento il cui scopo è dimostrare l’immoralità del comportamento di McGinnis (e di analoghe pratiche giornalistiche accettate nel mondo dell’editoria) a una giuria completamente digiuna di queste questioni.







