Cannes, 23 maggio 2026 – La Palma d’oro offerta a Cristian Mungiu non è scandalosa. Fjord rende conto in modo equilibrato e partecipato di un conflitto di culture che sotto diversi aspetti non è dissimile a quello che si vive in tutta Europa giornalmente. La famiglia tradizionalista romena contro uno stato modernista che vuole dire la sua nell’educazione dei figli. E che non esita a separare la prole dai genitori e ad aprire procedimenti giudiziari affrettati. Non proprio lontano dalla nostra cronaca. Probabilmente lo spirito conciliativo di Mungiu è stato apprezzato da una giuria – presieduta da Park Chan-wook – quanto mai divisa su tutto. Il gran premio della giuria, appena un gradino sotto l’oro è in genere una Palma mancata o almeno una palma alternativa. Minotaur del russo espatriato Andreï Zviaguintsev ha le stimmate del grande cinema. Il piccolo vile oligarca corrotto, che fa arruolare con l’inganno i propri impiegati e affronta brutalmente l’infedeltà della moglie, sembra uscita dalle migliori pagine gogoliane. La radiografia della cittadina di provincia livida e squallida dice più di tante pagine di giornale e di tanti servizi televisivi. Accettabile anche la Palma per la migliore sceneggiatura consegnata a Emmanuel Marre per Notre salut: raccontare il regime collaborazionista di Vichy in commedia non era facile e sicuramente i dialoghi sono precisi e realistici. Il polacco Paweł Pawlikowski (Fatherland)
Cannes 2026, giuria divisa su tutto. Che verdetto pasticciato. “Minotaur” meritava di più
Assurdo l’ex aequo alla regia: Pawlikowski è imparagonabile ai Los Javis. Fra gli interpreti incredibilmente non considerati Javier Bardem e Gilles Lellouche











