Il rientro dalle vacanze è, di per sé, un piccolo trauma. Eppure, per molte famiglie si aggiunge anche il tema della riapertura delle scuole. Già, perché se la gran parte dei genitori torna al lavoro tra la fine di agosto e l’inizio di settembre, la maggior parte delle scuole riapre i cancelli a metà mese. Due settimane in cui i centri estivi spesso hanno già concluso le attività e contare su nonni o baby-sitter non è per nulla scontato. Così, in Emilia-Romagna, quel limbo sta assumendo una forma molto precisa. La giunta regionale, infatti, ha deciso di intervenire con una sperimentazione educativa da 3 milioni di euro: dal 31 agosto al 14 settembre, le scuole primarie potranno restare aperte con attività extrascolastiche organizzate dai Comuni e sostenute con fondi regionali. Non si tratta di cominciare prima le lezioni, non è in alcun modo una forma di didattica anticipata, non ci sono insegnanti (scontenti) o personale Ata richiamati in servizio prima del tempo. Piuttosto laboratori, sport, musica, teatro, gioco, creatività. Una forma di accoglienza pensata per bambine e bambini della primaria e per le famiglie che ogni anno affrontano giorni di stress, incastri e solitudine organizzativa.Come funzionerà la sperimentazione delle scuole aperte a inizio settembreLa sperimentazione coinvolgerà 42 comuni. Ma l’obiettivo è arrivare a rendere la misura strutturale e diffusa in tutta la regione a partire dall’anno scolastico 2027-2028. Nel frattempo ci sarà una fase di ascolto e aggiustamento.“Le prime due settimane di settembre sono un problema concreto per tante famiglie che abbiamo ascoltato in questo anno e mezzo”, racconta a Wired Italia Isabella Conti, assessora regionale a Welfare, Terzo settore, Politiche per l’infanzia e Scuola. “Ci siamo resi conto che avevamo pochissimo margine di manovra sul calendario”, ma soprattutto “avremmo scontentato tutti” anticipando l’inizio delle lezioni. Perché avrebbe significato trasformare una possibilità in un obbligo. “Se noi dicessimo che la scuola inizia una settimana prima, vorrebbe dire che anche quelle famiglie che per ragioni di organizzazione o di budget decidono di fare un po’ di vacanza nel mese di settembre o nella seconda settimana di settembre, visto che da noi storicamente la scuola inizia il 15 di settembre, significava andare a penalizzare magari quelle famiglie che organizzano la propria estate pensando di lavorare luglio e agosto, pagando i centri estivi e poi magari andare in vacanza a settembre”, ha proseguito Conti.La risposta, quindi, è stata un’altra: aprire gli edifici scolastici. Usare le scuole come spazi pubblici, sicuri, già pensati per l’infanzia, senza trasformarle in luoghi di didattica obbligatoria fuori stagione. “Ci siamo detti: quest’anno dal 31 agosto perché è lunedì, o in generale dal primo di settembre, sappiamo che le scuole primarie gestite in gran parte dai comuni possono aprire”.La Regione dà la possibilità, i Comuni la mettono in praticaSarà quindi la Regione a finanziare i Comuni perché possano organizzare attività con educatori, educatrici, associazioni, terzo settore, realtà sportive e culturali. Il modello è quello del pre e post scuola, quindi gratuito, ma applicato a un periodo dell’anno che di solito resta scoperto. La gratuità sarà uno dei punti da verificare nella fase di sperimentazione. La Regione, infatti, coprirà interamente il servizio, ma lasciando ai Comuni la possibilità di introdurre una quota simbolica per evitare iscrizioni di massa che poi non si traducono in una frequenza reale. Un dettaglio tecnico solo in apparenza, perché su questo si misura una delle difficoltà più concrete del welfare locale: programmare personale, spazi e attività sulla base di numeri credibili.“Se si fanno i conti con un’adesione del 100% degli studenti, si organizza il servizio per il 100% degli studenti, vuol dire strutturare un certo numero di operatori, di educatori, di coinvolgimento di associazioni che vanno evidentemente retribuite e retribuite correttamente”, osserva Conti. “Quindi, se poi una famiglia iscrive il figlio e non lo manda, per noi è uno sperpero di denaro pubblico”. Per questo alcuni comuni potrebbero prevedere una cifra “simbolica”, dice l’assessora, “per fare in modo che ci sia un ingaggio” reale.La sperimentazione servirà anche a capire quale modello funzioni meglio: solo mattina, mattina con pasto, oppure giornata più lunga con refezione e attività pomeridiane. La Regione Emilia-Romagna, per ora, non vuole imporre un formato unico. “Abbiamo lasciato il massimo della flessibilità – precisa Conti – per fare in modo che la proposta che trasformeremo in legge sia quella che più risponde ai bisogni della maggioranza dei cittadini e delle cittadine”.Verso una legge quadro a supporto della genitorialitàLa legge a cui fa riferimento Conti va a comporre una cornice più ampia: una proposta regionale contro la denatalità e a sostegno della genitorialità, attesa entro la fine dell’anno. È lì che la misura sulle scuole aperte a settembre dovrebbe diventare strutturale e universale. Ed è lì che la Regione intende inserire anche altri strumenti, dal rafforzamento dei nidi al dialogo con le imprese sul welfare aziendale e sui congedi di paternità.“Il mondo delle imprese è enormemente ingaggiato e abbiamo dei tavoli in cui le imprese per noi sono preziosissime perché sono un altro pezzo di welfare”, dice Conti. Non solo perché il lavoro dignitoso permette alle persone di uscire dal bisogno, ma anche perché “attraverso sistemi di welfare aziendale, le imprese possono contribuire al benessere della collettività”.È un punto politico non secondario. La conciliazione vita-lavoro, infatti, non può essere scaricata solo sulla scuola, né ridotta a un problema privato delle famiglie, come se bastasse organizzarsi meglio, trovare una baby-sitter, pagare un centro estivo, chiedere ai nonni, moltiplicarsi. Quello che manca a genitori e figli è il tempo, lo stesso che il lavoro si prende e che il welfare prova a restituire in modo frammentato.La scuola come parcheggio? Tutt'altroConti risponde anche a una delle obiezioni (quasi provocazioni) più prevedibili: la scuola come parcheggio. Un’espressione che ritorna spesso, ogni volta che si parla di tempo pieno, aperture pomeridiane e servizi integrativi. L’assessora non la respinge, tutt'altro: la prende sul serio e la ribalta.“A dire ‘la scuola non è un parcheggio’ sono prevalentemente gli insegnanti e hanno ragione, perché gli insegnanti rivendicano il ruolo della didattica e dell’insegnamento e io li capisco”, dice. “Infatti noi non chiediamo l’intervento della didattica né degli insegnanti”.Il progetto, ribadisce, non è fare scuola prima della scuola. È usare uno spazio pubblico per attività educative non formali. Come giardini, palestre, spazi comuni, dove è possibile stare all’aperto. Non è un caso che Conti richiami anche le linee guida regionali sull’outdoor education e i fondi destinati agli spazi esterni delle scuole. “Per noi la cosa importante è dare ai bambini contenuti all’interno di contesti sicuri e garantire loro il contatto con i cicli della natura”.Questo spunto dà a Conti anche la possibilità di mettere a fuoco il passaggio più politico dell’intervista: “Essere genitori nel 2026 per la stragrande maggioranza della nostra popolazione significa far fatica ad arrivare a fine mese, lavorare una quantità impressionante di ore al giorno per mettere insieme il pranzo con la cena e avere un perenne senso di colpa o inadeguatezza per quanto riguarda la mancanza permanente di tempo da poter dedicare ai figli”. Una rappresentazione sociale della genitorialità contemporanea che prende in considerazione le reali condizioni in cui molte persone crescono i figli.“Vorrei che per i genitori di questi nostri tempi [incerti, ndr] ci fosse maggiore empatia e maggiore supporto, perché il dato che io evidenzio in modo costante è questo senso atavico di solitudine e di colpevolizzazione su tutto”.In questa strategia rientra anche il rafforzamento dei nidi. L’assessora rivendica investimenti per aumentare i posti, ridurre le rette e convertire sezioni di scuole dell’infanzia che si stanno svuotando a causa del calo demografico in nuovi posti nido. L’obiettivo è arrivare entro la legislatura ad azzerare le liste d’attesa e garantire una sostanziale gratuità, fino a 40mila euro di Isee.Il problema, spiega, è che oggi il bonus non raggiunge sempre le famiglie che ne avrebbero più bisogno, perché richiede anticipo di spesa, competenze digitali e tempi di rimborso lunghi. “Una famiglia che ha ristrettezze economiche, se deve anticipare 350 euro al mese per tre o quattro mensilità, allora piuttosto i figli al nido non li manda”. Eppure il nido, soprattutto per quelle famiglie, può essere “un ascensore sociale potentissimo”.Educare i figli al tempo dell'AIE poi c’è un altro fronte, non direttamente legato ai servizi o all’apertura delle scuole a settembre, ma altrettanto rilevante: il rapporto tra infanzia, tecnologia e intelligenza artificiale. Questo, per Wired, è forse il punto in cui la misura locale si aggancia a una domanda più larga: come si educano bambine e bambini nell’epoca degli schermi, degli algoritmi e dell’AI generativa?Se la scuola non è solo il luogo delle lezioni, allora bisogna immaginare anche quali esperienze educative può ospitare fuori dall’orario tradizionale.L’assessora Conti tiene insieme due posizioni. Da un lato, la cautela legata all’esposizione precoce ai dispositivi digitali. Dall’altro, la necessità di non trasformare quella cautela in rifiuto della tecnologia. “Ci siamo accorti che l’esposizione precoce ai device digitali dei più piccoli rischia di generare diversi problemi e per questo lo scorso anno abbiamo organizzato gli Stati generali dell’infanzia e dell’adolescenza” dedicati al tema Oltre gli schermi.La complessità, in questo caso, è evitare che il consumo passivo del digitale venga scambiato per competenza. Come intercettare curiosità, pensiero critico, capacità di governare la tecnologia invece di subirla? La scuola aperta a settembre non è soltanto una misura di supporto, è anche un modo per affermare che gli edifici scolastici possono essere più della somma delle ore di lezione. Possono diventare infrastrutture sociali, presidi di prossimità, luoghi in cui sperimentare un’educazione capace di tenere il passo dell’innovazione. Soprattutto nei tempi morti del calendario, quando le disuguaglianze – e gli smartphone – diventano più visibili.