Carlo Petrini detto Carlin (1949-2026), amico di re e contadini, se ne è andato come piaceva a lui: lentamente. Dopo una lunga malattia attraversata senza vittimismi, annusando i bicchieri di vino che non poteva più bere.
Lo conobbi in uno dei periodi più inutilmente frenetici della mia vita. Mi insegnò tre o quattro cosette che non ho ancora del tutto imparato, ma che non ho più dimenticato. A masticare ogni boccone almeno venti volte, riconoscendone sapori e fragranze. A rallentare il passo, che non significa andare piano, ma andare a ritmo, immersi nel ciclo della vita. A difendere le proprie tradizioni senza chiudersi a quelle degli altri. (Una volta, nel suo fortilizio di Bra, mi versò sugli agnolotti un misterioso condimento di provenienza subsahariana, accompagnandoli con un arrembante vinello australiano: con lui giravi il mondo senza alzarti da tavola.) A trovare un punto d’accordo con tutti, specie con quelli con cui ti trovi in disaccordo su tutto.
E poi c’era la sua frase preferita, che ogni anno riscrivo sulla prima pagina della nuova agenda: «Chi semina utopia raccoglie realtà». Il sogno come motore, il meno inquinante che esista.Se immagino l’antidoto al modello imperante, la cui frenesia non fa quasi mai rima con allegria, penso a Carlin che a qualunque ora ti accoglieva come una madre: «T’has mangià?», «Hai mangiato?». E in un attimo ti ritrovavi fuori dalla dittatura del tempo, in un altrove che credo si chiami eternità.











