Una delle più belle scoperte di Cannes 79 arriva dalla Sémaine de la critique e si chiama La Gradiva, coproduzione italiana (con Bibi Film), e opera prima di Marine Atlan direttrice della fotografia delle nuove generazioni del cinema francese – sua la luce in Jessica Forever di Jonathan Vinel e Caroline Poggi e L’engloutie di Louise Hémon – che ha vinto il Gran premio della sezione, giuria presieduta da Pavel Kapadia. E nella ricerca sulle opere prime e seconde – qui ha esordito anche Laura Samani con Piccolo corpo – le scelte della Sémaine si confermano particolarmente riuscite mappando le tendenze a venire in forme e cifre narrative molteplici che hanno in comune vitalità e invenzione cinematografica – pensiamo al bell’esordio di Zou Jing, A Girl Unknown, premio Gan per la distribuzione. O a Dua di Berta Basholli, premio Sacd.
È un film potente questo di Atlan a cominciare dalla scelta del suo soggetto, il complicato racconto dell’adolescenza, ma più che la forma del coming of age l’autrice sceglie di muoversi lungo i margini di quei rapporti che mischiano seduzione e potere, nell’intimità fragile dei dolori e dei tradimenti, di un ghosting o delle prime esperienze di sesso, fra le esplosioni di eccessi, violenza, presa di parola che la libertà formale del suo sguardo cattura nel loro divenire. Questo movimento, che è appunto lavoro nello spazio, luce, contrasti si delinea subito nelle prime sequenze: un ragazzo e una ragazza fanno l’amore sul treno mentre gli altri due compagni ne colgono non senza ferite il momento.












