Il segretario di Stato Usa, Marco Rubio, ha dichiarato alla riunione dell’Alleanza a Helsingborg, in Svezia, che la riduzione delle truppe statunitensi in Europa «non dovrebbe sorprendere» e che si tratta di un «processo in corso dal primo giorno» della presidenza Trump. I leader del Vecchio continente, al contrario, si sono sempre mostrati sorpresi dall’atteggiamento del tycoon verso la difesa dell’Europa e hanno affermato a più riprese la necessità di una via alternativa al supporto di Washington. O, almeno parallela, dato che non sarebbe possibile sostituire in tempi brevi la presenza di uomini e armamenti Usa con quelli europei. Senza contare il vaso di pandora della deterrenza nucleare e dei missili a medio e lungo raggio. Del resto, i tempi del parziale ritiro delle truppe a stelle e strisce non sono chiari e gli annunci di Trump spesso rimettono in discussione le sue stesse dichiarazioni precedenti.

A inizio mese il Pentagono aveva annunciato la diminuzione della sua fanteria in Europa, passando da quattro brigate operative a tre. Si tratta di una riduzione di circa 5mila unità, corrispondenti a una delle guarnigioni di stanza in Germania. Secondo i dati del 2025 i soldati statunitensi sul suolo europeo sono circa 85mila, distribuiti in gran parte del continente ma principalmente in tre Paesi: Germania (39mila), Polonia (14mila) e Italia (13mila). La Germania è anche il primo Paese per numero (e per importanza) di basi. Oltre alla celebre Ramstein, sede del comando aereo per l’Europa e l’Africa e del cosiddetto “gruppo di contatto per l’Ucraina”, sul suolo tedesco si trovano decine di basi, tra cui Stoccarda, che ospita il comando europeo (Eucom), Wiesbaden, quartier generale dell’intelligence, e l’aeroporto militare di Büchel, dove si trova l’arsenale nucleare. Delle 9 guarnigioni statunitensi di stanza nel Vecchio continente (Usag) ben 5 si trovano in Germania, ora ridotte a 4, mentre già in ottobre il Pentagono aveva tagliato drasticamente tra i 2 e i 3mila soldati stanziati in Romania.