Dopo settimane di speculazioni e rumors, gli Stati Uniti ufficializzano all’Europa la decisione di ridurre la loro presenza militare sul continente. Il Pentagono ha comunicato il taglio delle brigate di combattimento da quattro a tre, una riduzione stimata tra le 4mila e le 5mila unità, frutto di una scelta politica dichiarata: promuovere l’agenda ‘America First’ e spingere gli alleati ad assumersi la responsabilità della propria difesa. “Non stiamo parlando di ritirare tutte le truppe dall’Europa. Stiamo parlando di riallocare alcune risorse in modo da massimizzare la sicurezza americana”, ha rassicurato il vice presidente Usa JD Vance, aggiungendo: “Non credo che questo sia un male per l’Europa. Anzi, incoraggia l’Europa ad assumersi maggiori responsabilità”. Di fatto, però, la presenza militare Usa torna ai livelli del 2021, quando sul territorio europeo regnava la pace e Vladimir Putin non aveva ancora scatenato la sua “operazione speciale” sull’Ucraina. Intanto, nelle stesse ore in cui le caserme Nato rischiano di svuotarsi, un’altra notizia rimescola le carte della diplomazia continentale. I governi europei stanno discutendo la possibilità di nominare un capo negoziatore con il compito di rappresentare l’Unione Europea in eventuali trattative con Vladimir Putin sulla guerra in Ucraina. Lo riporta il Financial Times, secondo cui i nomi sul tavolo sono principalmente due: quello dell’ex presidente della BCE Mario Draghi e quello della ex cancelliera tedesca Angela Merkel. I ministri degli Esteri dei 27 ne parleranno durante una riunione a Cipro la prossima settimana, dopo che Washington e Kiev hanno espresso sostegno a un coinvolgimento europeo diretto nei negoziati con Mosca. La partita, dunque, è aperta. Ma il contesto in cui si gioca è tutt’altro che favorevole: proprio oggi Putin si trova a Pechino, accolto da Xi Jinping con dichiarazioni di “incrollabile amicizia” reciproca. Un segnale in più dell’urgenza con cui l’Europa deve trovare la propria voce nella partita sul futuro dell’ordine mondiale.
L’Europa, il disimpegno USA e la sfida della sicurezza | ISPI
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