Un accordo, sebbene di massima, tra Stati Uniti e Iran non è mai sembrato tanto vicino. Almeno stando ai febbrili movimenti diplomatici che si registrano a Teheran, dove nelle ultime ore sono confluiti tutti i mediatori, a cominciare dal Pakistan, per tentare di finalizzare una prima intesa che dovrà poi aprire la strada a ulteriori negoziati e a un accordo definitivo.

Per il secondo giorno consecutivo, il segretario di Stato americano Marco Rubio ha parlato di "lievi progressi" nei colloqui e di "un leggero miglioramento", manifestando tuttavia prudenza perché "c'è ancora lavoro da fare", e invitando a immaginare "un piano B qualora l'Iran non riaprisse lo Stretto di Hormuz". Anche la Repubblica islamica frena: "Non possiamo necessariamente dire che un accordo sia imminente", ha fatto sapere il portavoce del ministero degli Esteri Esmail Bagaei (nominato di fresco anche portavoce della squadra negoziale iraniana), spiegando che, nonostante gli scambi con il capo dell'esercito e negoziatore pachistano Asim Munir, volato a Teheran, siano diventati "più frequenti", questi "rappresentano la continuazione dello stesso processo diplomatico".

Ma, oltre al Pakistan, a premere per limare le divergenze tra le parti sono anche i Paesi arabi: Arabia Saudita, Emirati e Qatar in pressing su Donald Trump affinché non riprenda la guerra, con il rischio di nuovi attacchi iraniani contro il loro territorio, e sullo stesso Iran affinché riapra il cruciale tratto di mare che schiude il Golfo Persico - e le vie del petrolio - al resto del mondo. Per la prima volta infatti, ha riferito la Reuters, anche Doha, in coordinamento con gli Stati Uniti, ha inviato una propria delegazione a Teheran per contribuire a raggiungere l'accordo.