“In quell’ultima, mesta fase tutti i testimoni ricordano la ferocia di un altro essere dal sembiante umano, una SS di nome Zepf. Era specializzato in bambini. Dotato di una forza erculea, quel mostro pescava un bambino dal gruppo, lo brandiva come una clava e gli sbatteva la testa per terra, oppure gli spezzava la schiena. Quando seppi dell’esistenza di quell’essere – nato pur sempre da un ventre di donna – non volevo credere a ciò che su di lui mi riferivano. Ma quando poi sentii con le mie orecchie gli stessi racconti ripetuti da testimoni diretti, mi resi conto che ne parlavano come di uno dei tanti, normalissimi casi dell’inferno di Treblinka. E dovetti rassegnarmi al fatto che quel mostro era esistito”.

Zepf, raccontato da Vasilij Grossman in L’inferno di Treblinka, è esistito davvero. Si chiamava Josef (Sepp era il diminutivo) Hirtreiter, membro del reparto SS Totenkopfverbände che si occupava della gestione dei campi di concentramento della Germania nazista. Non era uno degli ideologi del Terzo Reich e nemmeno uno scienziato ambizioso che ha visto nel nazionalsocialismo tedesco uno strumento per dare sfogo alle proprie ossessioni. Hirtreiter era un manovale poco istruito che non fu artefice dell’ascesa hitleriana, bensì ne subì il fascino. Nelle pagine del suo meraviglioso resoconto della liberazione dei campi di concentramento nazisti a seguito dell’Armata Rossa, Grossman descrive lui, insieme a molti altri membri delle SS, come degli esseri unici che hanno vissuto sul confine che separa l’uomo dalla bestia, l’umano dal disumano.