Non c’è limite al ribaltamento della realtà nell’era della narrazione social della destra messianica israeliana. L’ultimo capitolo di questa strategia della provocazione permanente vede il ministro della sicurezza nazionale, figura di punta dell’oltranzismo colono, protagonista di un video in cui schernisce i prigionieri della Flotilla.

Trasformando la detenzione illegale e la privazione dei diritti in uno spot elettorale. «Siamo noi i padroni di casa qui», urla Ben Gvir alla telecamera, mentre passeggia tra i corpi degli attivisti costretti a terra, legati e impossibilitati a muoversi. «Erano venuti pieni di arroganza, guardateli ora. Non sono eroi, ma complici del terrorismo».

Nessuna traccia, in lui, della solennità che ci si aspetterebbe da un uomo dello Stato. Nessuna eleganza politica, nessun rispetto per la gravità del ruolo istituzionale che ricopre. Avanza con una postura sformata, quasi animalesca, le mani piantate sui fianchi o agitate nell’aria come quelle di un imbonitore da fiera. Ben Gvir non porta l’autorità della legge, ma la volgarità del bullo di periferia che ha finalmente ottenuto le chiavi della stanza dei bottoni. Si pianta davanti alle telecamere a gambe divaricate, lo sguardo ridotto a due fessure cariche di un disprezzo viscerale, un ghigno asimmetrico stampato sul volto che trasuda una spietata compiacenza.