La società israeliana è malata nel profondo. Magari bastasse sanzionare il ministro Ben-Gvir, divenuto indispensabile al premier più longevo della storia di un paese intriso di violenza, dal quale sempre più numerosi emigrano quelli che possono e al quale iniziano a voltar le spalle perfino le destre nazionaliste che ne ammiravano la brutalità.
Non era un destino segnato, ma sta accadendo.
Per quanto sia doloroso ammetterlo, la trasfigurazione fascista d’Israele è un processo avvertibile prima dal basso che dal vertice delle istituzioni. Lo cogli nello scherno diffuso per gli aravim (pochi chiamano i palestinesi col loro nome); nella tracotanza dei coloni che ormai inquina l’operato dei giovani militari; nello sfoggio impunito della crudeltà vissuta come manifestazione di potenza, nel disprezzo misogino per l’Europa femmina sottomessa; nel gusto di offendere le religioni altrui.
Sono comportamenti di una minoranza soltanto degli israeliani? È vero. Quasi certamente il prossimo settembre si svolgeranno elezioni democratiche che potrebbero spedire a casa Netanyahu? È vero. Sono falliti i tentativi di minare per legge le funzioni di garanzia della Corte suprema? È vero. Ma la dissennatezza con cui il governo ha concepito una sequenza di guerre senza fine nel tentativo di saziare il bisogno di sicurezza degli israeliani angosciati dalla minaccia esistenziale del 7 ottobre lascia presagire quel che i regimi fascisti hanno sempre fatto quando restano isolati e sfiduciati: rivolgere le armi contro il nemico interno. Una guerra civile scatenata dai coloni e dalle milizie di Ben-Gvir non sarebbe eventualità remota allorquando una nuova leadership israeliana – a ciò costretta da Usa e Ue – decretasse concessioni territoriali in favore di un nascituro Stato palestinese.















