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Ultimo aggiornamento: 7:50

di Rosamaria Fumarola

La sola democrazia in area mediorientale. Con questa secca quanto sterile definizione Israele è stato da sempre difeso da un Occidente ipocrita, che non riflette nemmeno più su ciò quanto dichiara a parte la perseveranza nel dare nomi diversi alla realtà di quanto è accaduto e accade in terra di Palestina – e non mi riferisco alla disputa sull’uso del termine genocidio, espressione peraltro più che calzante, ma al non volere prendere una naturale posizione di condanna di fronte ad immagini che sin da subito raccontavano lo sterminio pianificato dei bambini, come le mutilazioni dei loro corpi, l’assassinio di medici in missione volontaria, quello dei giornalisti, come se tutto quel sangue non fosse davvero sangue.

Come sopra scritto, a parte questa e tante altre responsabilità di cui Stati che si dicono civili prima o poi dovranno rispondere, mi è parso che nel dibattito attuale sia mancato altro e cioè una riflessione essenziale per inquadrare il rapporto tra Israele e Palestina, relativa alle peculiarità di quella che troppi si ostinano ancora a chiamare “la sola democrazia in area mediorientale”. Israele è infatti oggi un paese sempre più confessionale e sempre meno democratico, grazie ad una legge del 2018 che ne fa lo stato della nazione ebraica, legge peraltro sottoposta ad una disciplina che la rende abrogabile soltanto attraverso un procedimento complesso, dedicato appunto a quelle norme a cui si riconosce valore superiore nella scala gerarchica legislativa.