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23 OTTOBRE 2025

Ultimo aggiornamento: 17:37

Sono state pubblicate recentemente molte analisi politiche su Israele, che mettono in luce una situazione di crisi interna a quello stato ma che coinvolge anche gli ebrei della diaspora; per citarne solo alcune: Il suicidio di Israele di Anna Foa; Fondato sulla sabbia di Anna Momigliano, La fine di Israele di Ilan Pappé. Emerge da queste analisi una crisi che pur assumendo i suoi contorni più netti in Israele è una crisi dell’ebraismo mondiale, che a ben guardare data da oltre un secolo, e che attraversa tanto il campo sionista quanto quello antisionista. Per semplificare i termini, e sapendo che nessuna semplificazione può rappresentare compiutamente una situazione complessa, la crisi oppone modernità e religione.

I primi sionisti erano in maggioranza laici; prendevano il loro essere ebrei come un dato acquisito e vagheggiavano uno stato ebraico e laico. Ben Gurion, che era un laico, trovatosi alla guida del neonato stato degli ebrei, ebbe il problema di definire in termini legali chi fosse ebreo. Sebbene i sionisti fossero certi della loro identità di gruppo, il problema di definirsi non era stato posto in termini giuridicamente utilizzabili. Ben Gurion scrisse allora (nel 1958) a 50 “saggi”: rabbini, ma anche persone di cultura e professionisti, chiedendo loro una definizione di “ebreo”. Le 50 risposte sono raccolte nel libro Chi è ebreo? di Eliezer Ben Rafael e in maggiore o minor misura si rifanno tutte alla tradizione religiosa, spesso citando autori vecchi di quindici secoli o più.