L’intervista del ministro degli Esteri di Israele, Gideon Saar, a Libero è una preziosa occasione per sapere, per capire. Le domande di Fausto Carioti e le risposte di Saar testimoniano il dramma di uno Stato costretto a combattere in un conflitto che non ha cercato (l’aggressore si chiama Hamas, non va dimenticato), la tragica scelta di una democrazia di muovere guerra su 7 fronti per non finire accerchiata e distrutta.

Gli amici di Israele riconoscono questa tragedia e tra loro - ne sono certo - c’è anche Sergio Mattarella. Le parole del Presidente della Repubblica sulle operazioni militari di Israele sono state nette, è vero, ma il tono era quello di un amico preoccupato per il crescente isolamento dell’unica democrazia del Medio Oriente. Il ministro Saar nel colloquio con Libero riconosce questa amicizia, la considera un valore, e su questa base il rapporto tra Roma e Gerusalemme - le due città sante - avrà altre occasioni importanti di cooperazione, come testimonia la partecipazione dell’Italia ai lanci di aiuti su Gaza.

La guerra non finisce, ma chi si nutre di Storia sa che questo spazio non -finito non sarà infinito, il tempo scorre veloce, molte cose sono cambiate e cambieranno. Precipitato nell’abisso della strage degli ebrei del 7 ottobre 2023, lo Stato di Israele ha trovato la forza per reagire, si è rialzato e ha messo a segno una formidabile serie di successi sul campo di battaglia. Dopo 667 giorni di conflitto, Israele è in una condizione di forza e di debolezza nello stesso tempo, mai è stato così forte e mai è stato così minacciato nelle fondamenta. Israele è costretto a combattere (su 7 fronti, mai dimenticare questa multipla dimensione strategica), ma gli viene chiesto di farlo in una maniera limitata che spesso è incompatibile con lo scopo della guerra: l’annientamento dell’avversario e la costruzione di un nuovo ordine nella Striscia di Gaza (e nell’intera regione).