di Martina Pennisi

Daniela Amodei, con il fratello Dario, ha fondato la società di alta tecnologia valutata 380 miliardi di dollari. Qui prova a rispondere a quell’interrogativo parlando di sé, di Trump, del padre italiano...E precisa: «Non ripetiamo l'errore dei social»

Daniela Amodei è un’umanista prestata al capitalismo sintetico. «All’università una delle mie autrici preferite era Joan Didion, un mix tra una giornalista investigativa e una scrittrice di narrativa. Trovavo interessante la sua capacità di raccontare quello che stava succedendo negli anni Sessanta e Settanta negli Stati Uniti in modo, non cinico, ma critico rispetto al suo tempo. C’era molto ottimismo all’epoca, che penso fosse giustificato, ma lei era capace di vedere anche l’altro lato».

È un po’ la storia di Anthropic, colosso dell’Intelligenza artificiale valutato 380 miliardi di dollari (e in trattativa con investitori che lo porterebbero a 950 miliardi) che Daniela Amodei ha fondato con il fratello Dario nel 2021, dopo che entrambi avevano lasciato OpenAI. O quantomeno è come racconta la storia (e si racconta) Anthropic: l’attore non cinico, ma critico della rivoluzione tecnologica in atto.

Lo sguardo lucido e quasi apocalittico dell’autrice de L’anno del pensiero magico in realtà fa pensare più all’approccio dell’amministratore delegato Dario, che non perde occasione per colpire l’opinione pubblica con dichiarazioni roboanti sull’impatto negativo dell’AI. La presidente Daniela, laureata in letteratura inglese all’Università della California a Santa Cruz e appassionata anche di Umberto Eco, tradisce invece un certo ottimismo persino quando affronta le questioni più delicate sulla fase che sta vivendo la sua azienda e la società in generale. Se smonta, poi ricostruisce.Dal 50% dei lavori d’ufficio di livello base che sparirà entro cinque anni, «ma il lavoro delle persone diventerà molto più umano». Alle settimane in cui il Pentagono li ha classificati come un rischio per la catena di approvvigionamento, perché si sono rifiutati di concedere l’uso indiscriminato delle loro tecnologie per la sorveglianza di massa in patria o per le armi autonome, che Amodei descrive come «molto stressanti», augurandosi di «poter tornare a lavorare in modo produttivo con il governo».Ci risponde in videochiamata da San Francisco, dove c’è il quartier generale di Anthropic, in occasione dello sbarco in Italia dell’azienda che verrà ufficializzato la prossima settimana. Per lei sono circa le 10 di mattina. Ha lo sguardo stanco, ma un sorriso aperto e inscalfibile. «Stiamo cercando di costruire un mondo in cui l’intelligenza artificiale aiuti le persone a vivere il tipo di vita che vogliono vivere. Pensiamo in modo molto critico all’impatto che il nostro lavoro ha sulle persone comuni. Credo che le competenze che ho imparato come studentessa di discipline umanistiche si siano tradotte molto bene in questo lavoro», dice.Secondo il fratello, è suo il merito di aver infuso un’incredibile fiducia e lealtà nel team di Anthropic. «Dario e io siamo sempre stati molto vicini fin da piccoli», racconta. «Mio padre veniva dall’Italia, quindi la famiglia è sempre stata una base molto forte per noi. Mio fratello è il leader tecnico dell’azienda, io gestisco tutta l’organizzazione. Lui pesa molto di più sulle decisioni relative ai modelli di AI, io invece seguo più la distribuzione, le relazioni con i clienti, le finanze, le persone, la crescita. Qualcuno recentemente ha detto: “Dario ci rende ambiziosi e tu ci rendi di successo”. E ho pensato fosse una bella descrizione di come lavoriamo insieme».Entrate mai in conflitto?«A volte siamo in disaccordo. Quando succede, siamo in grado di dirci molte cose negative a vicenda, ma c’è anche la professionalità che deriva dal lavorare insieme. Certo, è più facile arrabbiarsi quando c’è una relazione personale forte. Capita che gli altri si stupiscano: “Aspettate, perché state litigando? Che succede?”. Ma siamo fratelli, a volte abbiamo opinioni diverse. Poi cerchiamo di trascorrere tempo insieme anche fuori dal lavoro. Un giorno a settimana, nel weekend, lui viene da me, vede i miei figli. E in quel giorno non parliamo di lavoro, così possiamo continuare a essere fratelli».Da gennaio, la situazione si è fatta ancora più «stressante», diceva. La notte fra il 2 e il 3 gennaio e le settimane successive hanno segnato una rottura fra Anthropic e il governo di Donald Trump, in seguito alle ricostruzioni giornalistiche sull’impiego del modello Claude di Anthropic durante l’operazione di cattura dell’ex presidente venezuelano Nicolás Maduro e di sua moglie Cilia Flores in Venezuela.«Ho saputo della cattura di Maduro come la maggior parte degli americani, semplicemente leggendo le notizie. Penso che le affermazioni sul coinvolgimento dell’Intelligenza artificiale fossero un po’ esagerate rispetto a quanto fosse realmente coinvolta, almeno per quanto possiamo sapere, dato che molte informazioni sono classificate. Noi abbiamo sempre cercato di lavorare in modo molto produttivo con il governo degli Stati Uniti. E lavoriamo anche con governi in tutto il mondo. Eravamo fermamente convinti che ci sono due aree (sorveglianza di massa e armi, ndr) in cui la tecnologia non è pronta a operare in modo indipendente o in cui è eticamente sbagliato usarla in quel modo e lo siamo ancora, ma la nostra speranza è di poter tornare a lavorare con il governo».Mentre sul piano legale la situazione è in via di definizione, con due cause aperte, il 1° maggio il Pentagono ha assestato un’altra spallata ai fratelli Amodei siglando accordi con otto aziende (SpaceX, OpenAI, Google, Microsoft, Nvidia, Amazon, Oracle e Reflection) ed escludendo esplicitamente Anthropic. Segnali di disgelo sono arrivati a proposito del possibile uso del solo modello Mythos, che ha capacità specifiche per individuare e correggere vulnerabilità informatiche, per la sicurezza nazionale.Amodei ribadisce: «Il nostro obiettivo non era arrivare allo scontro, ma come azienda privata ci sono certe linee che per noi è importante mantenere».Passando all’impatto dell’AI sull’occupazione, se le posizioni entry-level sono destinate a scomparire, ragazzi e ragazze come impareranno e faranno esperienza?«La tecnologia è così nuova che non siamo ancora sicuri di come andrà davvero. Le persone che escono ora dall’università hanno molta ansia. Ma, allo stesso tempo, le generazioni più giovani hanno molta più familiarità con l’AI rispetto a noi. Hanno già usato l’AI a scuola, sanno come usarla, hanno seguito corsi. Alcuni utilizzano già Claude per sistemare trascrizioni o lavorare sui testi. Quindi penso che ci sia uno scenario in cui possano avere un vantaggio proprio grazie alla loro AI literacy. Detto questo, penso davvero che molti lavori entry level possano essere in larga parte automatizzati. Quello che faremo è lanciare un progetto pilota negli Stati Uniti, che pensiamo si possa poi estendere a livello internazionale: lavorare con nonprofit locali, con i governi o con le aziende per insegnare le competenze di intelligenza artificiale di cui i giovani hanno bisogno per riuscire a fare un lavoro di maggior valore più rapidamente, appena usciti dall’università».Come cambierà il nostro modo di lavorare e il senso stesso che daremo al lavoro?«Penso che la parte del lavoro, o della vita, che non sparirà mai è che agli esseri umani piace stare con altri esseri umani. Uso sempre l’esempio della medicina: Claude è molto bravo quando descrivi una serie di sintomi e dici: “Non so che cosa ho”. Ma non è la stessa cosa che essere visitati da un medico umano. Un medico ti esaminerà fisicamente, si relazionerà con te, ti chiederà come ti senti. E ci sono prove che dimostrano che le persone hanno prognosi migliori quando hanno una buona relazione con il loro medico. Quindi puoi immaginare un mondo in cui gran parte della diagnostica venga fatta dall’AI – le AI guardano gli screening per il cancro, guardano il tuo genoma – ma il lavoro del medico diventa molto più umano. Penso che sempre più significato si sposterà su come ci relazioniamo gli uni con gli altri. Sul perché scelgo di parlare con te come medico invece che con qualcun altro».L’uso, per la salute e non solo, di Claude e altri modelli da parte delle persone può anche rivelarsi problematico. E l’80% del vostro fatturato arriva dal mercato aziendale, che è più semplice da gestire sia eticamente sia a livello finanziario.«È vero, il nostro business enterprise rappresenta una porzione molto più grande del nostro fatturato. Ma abbiamo anche un business consumer piuttosto importante: soprattutto utenti paganti, mentre ChatGpt o Gemini hanno soprattutto utenti gratuiti, ed è per questo che guadagneranno con la pubblicità. Noi invece abbiamo detto che non inseriremo pubblicità nel prodotto. La versione consumer è poi un ponte: le aziende prendono decisioni basandosi su ciò che i dipendenti hanno già iniziato a usare a titolo personale. Inoltre, noi non puntiamo a numeri enormi, ma ad avere power user: persone che hanno un utilizzo molto chiaro e intenzionale. Per compiti di produttività e non per intrattenimento. Noi non siamo un prodotto di intrattenimento. Siamo molto più un prodotto intellettuale usato da professionisti per aiutarli nel lavoro oppure nella vita domestica, nell’organizzazione della propria vita o nei progetti personali».Con i social media, il danno è arrivato prima che il dibattito pubblico capisse davvero che cosa stesse succedendo. Con l’AI invece sembra che il dibattito si stia muovendo più velocemente della tecnologia.«Uno dei co-fondatori di Instagram (Mike Krieger, ndr) lavora in Anthropic e ne abbiamo parlato: io penso che all’inizio dei social nessuno potesse immaginare l’impatto che avrebbero avuto sulla salute mentale degli adolescenti. Il dibattito pubblico è iniziato quando molte cose negative stavano già succedendo. Per questo stiamo cercando di immaginare cosa potrebbe andare storto nei prossimi 10 o 15 anni e come evitare di ripetere gli stessi errori. Ed è il motivo per cui parliamo apertamente di perdita dei posti di lavoro, disinformazione e sicurezza dei bambini».Accusano lei e suo fratello di sentirvi degli dei.«Non ci conoscono molto bene, basterebbe passare un po’ di tempo con me per capire che non è vero. La risposta più seria è che penso che sia vero che una enorme quantità di potere oggi sia nelle mani delle persone che sviluppano l’AI. E non penso necessariamente che questo sia giusto. Dovremmo essere in grado di lavorare con i governi, la società civile e il pubblico più ampio, perché moltissime questioni vanno oltre il business. Ci sono implicazioni di politica pubblica: come avranno reddito le persone se ci sarà sostituzione del lavoro? Come cambierà l’educazione? Che cosa significherà vivere in un mondo in cui ogni persona può avere un tutor personalizzato? Stiamo davvero cercando di avere una conversazione pubblica più ampia, perché non pensiamo che decisioni in merito debbano essere prese solo dalle aziende».Sam Altman si sente Dio?«Non lo so, non so cosa pensi di essere lui».In che modo la malattia e la morte di vostro padre hanno condizionato il suo percorso?«Era malato praticamente da quando riesco a ricordare. Penso che mi abbia aiutata, prima di tutto, a sviluppare empatia molto presto e a capire cosa conta davvero nella vita: esserci per la famiglia. E penso che mi abbia insegnato a non prendere le piccole cose troppo seriamente. Specialmente da giovani si può restare intrappolati in drammi stupidi».Che rapporto hanno i suoi figli con la tecnologia?«Sono ancora piccoli: mio figlio ha quattro anni e mezzo, mia figlia otto mesi. Non usiamo lo smartphone o il computer per intrattenerli, ogni tanto guardano un po’ di tv. A nostro figlio cerchiamo di spiegare cosa facciamo per lavoro (anche il marito di Amodei, Holden Karnofsky, lavora in Anthropic, ndr)».Come?«Provo a dirgli che stiamo costruendo uno strumento che possa aiutare le persone a imparare meglio, a fare meglio il proprio lavoro, ad avere più tempo per diventare brave nelle cose che amano fare. È complicato per un bambino di 4 anni, ma credo che colga l’idea. Ed è molto orgoglioso».