Pubblicato il: 22/05/2026 – 7:04
di Giorgio Curcio
TORINO C’è un nome che attraversa più stagioni della ’ndrangheta piemontese e ne collega i diversi mondi criminali ed è Francesco D’Onofrio (cl. ’55) di Mileto. Una figura che, negli anni, avrebbe assunto un ruolo di riferimento nella rete mafiosa al Nord, muovendosi tra vecchi equilibri, rapporti calabresi e nuove dinamiche operative. Il suo nome è appuntato sui taccuini di numerose procure e in centinaia di pagine di inchieste che hanno riguardato la presenza della ‘ndrangheta in Piemonte – che sia Torino oppure Carmagnola – ma c’è voluta l’ultima sentenza – ancora primo grado in abbreviato – per indicarlo quale «capo promotore» e quindi boss della ‘ndrangheta in Piemonte. Ed è la prima volta.
Il processo “Factotum”
A cristallizzare il suo nome è stato il gup di Torino, Benedetta Mastri, che lo ha condannato a 11 anni e 10 mesi, riconoscendo il vincolo della continuazione dei reati già giudicati in altre sentenze, definendo di fatto una «cerniera» tra Torino, Moncalieri, Carmagnola e il Vibonese, lungo l’asse che porta fino alla cosca Bonavota di Sant’Onofrio. Nelle quasi 800 pagine di motivazioni, il profilo di D’Onofrio, vecchio uomo d’onore considerato dall’accusa «affilialo alla ‘ndrangheta sin dal 2006» nonché partecipe, almeno fino al 2011, viene ricostruito a partire dalla sua storia criminale e dai precedenti accertamenti giudiziari sulla presenza della ’ndrangheta in Piemonte. Già coinvolto nelle vicende relative al gruppo riconducibile ai Crea, D’Onofrio viene indicato come soggetto di rilievo in un sistema che, secondo le sentenze acquisite agli atti, non avrebbe mai smesso di operare come rete unitaria di articolazioni territoriali, collegate tra loro e in rapporto con la “casa madre” calabrese.







