A Noale, ogni mattina, una fila discreta accompagna l’apertura di Tocio. C’è chi passa per una pagnotta, chi per una brioche, chi per ritrovare un ritmo che somiglia più a un’abitudine condivisa che a un acquisto. A Monza, il Forno Del Mastro lavora su grani, farine e relazioni agricole, ma anche su una forma precisa di prossimità: il pane come oggetto semplice solo in apparenza, capace di portare dentro di sé territorio, tecnica, tempo e una certa idea di comunità. Molto più a sud, nel Belìce, nei giorni che precedono il 19 marzo, le mani delle donne modellano farina e acqua in agnelli, palme, trecce, architetture effimere destinate agli altari di San Giuseppe. Tre scene lontane, tre modi diversi di dare forma allo stesso gesto: fare pane perché qualcuno lo aspetta, lo riconosce, lo condivide.
Sul palco del Teatro Franco Parenti, durante la quinta edizione del Gastronomika Festival, queste tre scene hanno trovato un punto di contatto. Antonella Corrao ha portato il Belìce e il lavoro sui pani votivi di San Giuseppe raccolto nel volume “Il pane del Santo”. Giulia Busato e Adriano Del Mastro hanno spostato il discorso dentro i loro forni, dove il pane torna a essere mestiere quotidiano, relazione con il territorio e abitudine comune. Giandomenico Frassi e Beatrice Prada hanno raccontato cosa significa fotografare un gesto antico senza trasformarlo in cartolina. A moderare, Anna Prandoni. Il titolo del talk, “Il pane è un rito che si rinnova”, non indicava una nostalgia da maneggiare con cura, ma un terreno molto concreto: capire quali mani, oggi, siano ancora capaci di far vivere il pane come pratica condivisa.








