La metà dei lavoratori poveri italiani (1,2 milioni) vive nel Mezzogiorno eppure il governo non ha avviato alcun progetto per il meridione, non avendo altra visione che gli incentivi a pioggia. I dati diffusi ieri dalla Cgil durante l’assemblea nazionale «Una e indivisibile: l’Italia riparte dal Mezzogiorno» fotografano un paese diviso e smontano la narrazione delle destre sulla rimonta del Sud.

Il salario medio annuo nelle regioni meridionali si attesta a 18.148 euro, a fronte dei 24.486 euro della media italiana, con un divario del 25,9% e una riduzione del valore dei salari reali del 10,2%, rispetto al 2021. Anche tra i lavoratori a tempo indeterminato nel Mezzogiorno si registrano retribuzioni inferiori di oltre 6.400 euro rispetto al dato nazionale. La precarietà incide più al Sud che nelle regioni settentrionali: il 34,5% dei lavoratori ha un contratto a termine, il 43,6% part-time e il 56,5% svolge un’occupazione discontinua. A questo quadro si aggiunge lo spopolamento: tra il 2022 e il 2024 oltre 175 mila giovani hanno lasciato la loro regione per trasferirsi altrove, di questi la metà è laureata.

«Al sud si concentrano le contraddizioni del modello di sviluppo nazionale», ha spiegato Christian Ferrari, segretario confederale del sindacato, annunciando una nuova stagione di mobilitazione. «La questione meridionale deve essere una priorità del Paese, senza Mezzogiorno non c’è rilancio dell’Italia – ha detto – Per questo è necessaria una scelta di campo netta: non incentivi occasionali e centralizzazione, ma lavoro di qualità, sviluppo sostenibile e giustizia sociale». Punto fermo «il rifiuto di un modello di sviluppo legato all’economia di guerra».