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Quanti, fra i venti milioni di visitatori che ogni anno sbarcano in Piazza San Marco, sanno che la città su cui stanno camminando poggia su milioni di pali di rovere, larice e ontano piantati nel fango della laguna mille anni fa? Quanti sanno che quando l’Europa non sapeva ancora di esistere come Europa, Venezia già discuteva di tariffe doganali con Bisanzio, mandava ambasciatori al Cairo, comprava spezie a Samarcanda? La cartografia mentale del turista medio si ferma al ponte di Rialto e al caffè Florian. Eppure Venezia è stata, per cinque secoli, il punto in cui l’Occidente ha imparato a parlare con l’Oriente. Non per vocazione idealista. Per intelligenza politica, e per fame di mondo.
Domenica prossima i veneziani scelgono il sindaco. Chiunque vincerà — e i sondaggi disegnano una corsa più aperta di quanto la vulgata racconti — eredita una responsabilità che nessun’altra città italiana impone ai suoi amministratori. Perché Venezia non è una città. È un’idea che ha preso la forma di una città, e che da otto secoli costringe chi la governa a pensare insieme alla manutenzione delle fondamenta e al destino del mondo. Si amministra un simbolo come si amministra un acquedotto, con la stessa pazienza tecnica, ma sapendo che ogni decisione produce un’eco che a Roma non si produce, a Milano nemmeno. Il prossimo sindaco dovrà occuparsi di affitti brevi, di paratoie del MOSE, di scuole che chiudono. Dovrà anche ricordarsi, ogni mattina, che sotto i suoi piedi c’è un bosco rovesciato e una memoria di rotte che continua a chiederci di guardare lontano. Venezia non sopporta amministratori provinciali. Mai stata provincia. Mai potrà esserlo.













