Domenico Letizia

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Chinese President Xi Jinping makes a toast after delivering his speech during a welcoming dinner, ahead of celebrations for the 25th anniversary of Macao’s handover from Portugal to China, in Macao, Thursday, Dec. 19, 2024. (AP Photo/Anthony Kwan, Pool)

Associated Press/LaPresse

Il conflitto esploso in Iran, lungi dall’essere una crisi puramente circoscritta al quadrante mediorientale, si sta rivelando la più complessa simulazione a cielo aperto della deterrenza geopolitica contemporanea, un vero e proprio laboratorio strategico in cui la Cina ha perfezionato le proprie contromisure economiche globali. Mentre Washington e Teheran tentano faticosamente di riprendere i negoziati dopo i devastanti bombardamenti statunitensi dell’operazione Epic Fury, scattata a fine febbraio con raid mirati che hanno decapitato i vertici del regime e neutralizzato gran parte delle infrastrutture missilistiche iraniane, gli analisti della stampa internazionale mettono a nudo una realtà drammaticamente più complessa: il vero vincitore di questa architettura conflittuale potrebbe essere proprio Pechino. Per anni, i piani di contingenza per una guerra su vasta scala nel Golfo Persico sono rimasti sigillati nei cassetti del Pentagono, ma la loro parziale attivazione sul campo ha permesso alla Repubblica Popolare di validare un ecosistema commerciale clandestino in grado di resistere a qualunque sanzione, preparandosi di fatto all’isolamento internazionale legato a una futura escalation su Taiwan.