Il 20 maggio 2026, nell'aula dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite (Unga) a New York, si è vissuto uno dei passaggi più rilevanti degli ultimi anni per la governance climatica globale. L'assemblea ha approvato una risoluzione promossa da Vanuatu per dare seguito politico e istituzionale al parere consultivo emesso nel luglio 2025 dalla Corte internazionale di giustizia (Cig) sugli obblighi degli Stati in materia di cambiamento climatico.Il dato politicamente più significativo, almeno sul piano europeo, è che anche l’Italia ha deciso di sostenere il testo, superando le ambiguità diplomatiche che avevano caratterizzato le settimane precedenti al voto. Una scelta meno scontata di quanto possa apparire e che, al di là della dimensione climatica, racconta molto dell’evoluzione in corso nel rapporto tra diritto internazionale, responsabilità statale e sovranità politica.Gli obblighi climatici trovano fondamento nel diritto consuetudinarioLa risoluzione avanzata da Vanuatu e approvata dall’Assemblea non introduce nuovi obblighi giuridici per gli Stati. Formalmente, si limita a riconoscere l’autorevolezza del parere della Corte internazionale di giustizia e a incoraggiare gli Stati a conformare la propria condotta agli obblighi climatici già esistenti nel diritto internazionale. Ma proprio qui sta il suo peso reale.Per la prima volta, infatti, il sistema multilaterale Onu prova a trasformare un’interpretazione giuridica della crisi climatica in una piattaforma politica operativa. E lo fa in un momento storico in cui il diritto climatico internazionale sta rapidamente uscendo dalla dimensione puramente negoziale per entrare in quella della responsabilità legale.Il parere consultivo adottato all’unanimità dalla Corte nel luglio 2025 rappresenta probabilmente il più avanzato tentativo di “costituzionalizzazione” del diritto climatico internazionale mai realizzato all’interno del sistema delle Nazioni Unite. La Corte ha infatti affermato che gli obblighi climatici degli stati non derivano esclusivamente da trattati come l’Accordo di Parigi o la Convenzione quadro dell'Onu sui cambiamenti climatici (Unfccc), ma trovano fondamento anche nel diritto internazionale consuetudinario, nei principi generali del diritto internazionale ambientale e negli obblighi di prevenzione del danno transfrontaliero.Dove sta la novità?Il cuore più innovativo del parere, tuttavia, risiede nella qualificazione giuridica dell’inadempimento climatico. Gli obblighi di mitigazione e adattamento climatico vengono ricondotti non più soltanto alla volontà politica degli Stati, ma a doveri giuridici che esistono indipendentemente dalla ratifica di specifici accordi. La Corte ha inoltre riconosciuto che il mancato rispetto di tali obblighi può costituire un illecito internazionale suscettibile di responsabilità statale.Questo significa che le condotte climaticamente dannose potrebbero generare conseguenze giuridiche analoghe a quelle previste in altri ambiti del diritto internazionale: cessazione della condotta illecita, garanzie di non ripetizione, obblighi di riparazione e, potenzialmente, richieste compensative da parte degli stati danneggiati. Dal punto di vista strettamente formale, il parere consultivo non ha natura vincolante.È precisamente questo slittamento – dalla cooperazione volontaria alla responsabilità giuridica – ad aver reso il voto del 20 maggio particolarmente delicato e cruciale. Per mesi, diversi governi occidentali hanno lavorato per ridimensionare la portata politica della risoluzione. Durante i negoziati sono stati eliminati alcuni dei passaggi più avanzati del testo originario, tra cui la proposta di creare un registro internazionale delle perdite e dei danni climatici e i riferimenti più espliciti alla graduale eliminazione dei combustibili fossili. Secondo diverse ricostruzioni diplomatiche, le pressioni per “ammorbidire” il testo sarebbero arrivate non soltanto dagli Stati Uniti e da grandi economie fossili, ma anche da diversi attori europei preoccupati delle possibili implicazioni giuridiche della risoluzione.Uniformare la condotta statale agli obblighi sul climaLa risoluzione richiama, infatti, gli Stati ad adeguare la propria condotta agli obblighi individuati dalla Corte, collegando tali obblighi all’obiettivo di limitare il riscaldamento globale entro la soglia di +1,5 gradi Celsius. Inoltre, chiede al segretario generale delle Nazioni Unite di elaborare modalità per promuovere l’attuazione degli obblighi delineati nel parere consultivo.Si tratta di un meccanismo tipico della prassi Onu: l’Assemblea generale agisce come cassa di risonanza politica delle interpretazioni elaborate dalla Corte, contribuendo a rafforzarne la legittimazione internazionale e la capacità di incidere concretamente sul comportamento degli stati.Il voto a favore dell'ItaliaIn questo contesto, la posizione italiana assume un significato particolare. Roma si trovava infatti in una situazione di forte esposizione politica e giuridica. Nel 2023 l’Italia era stata tra i 132 co-sponsor della risoluzione Onu che aveva richiesto alla Corte internazionale di giustizia il parere consultivo sul clima. Una successiva presa di distanza avrebbe inevitabilmente aperto interrogativi sulla coerenza della politica estera italiana rispetto al processo che il governo stesso aveva contribuito ad avviare.Ma la questione non riguarda soltanto la diplomazia multilaterale. Tocca direttamente anche il quadro costituzionale italiano. La riforma dell’articolo 9 della Costituzione del 2022 ha introdotto esplicitamente la tutela dell’ambiente, della biodiversità e degli ecosistemi “nell’interesse delle future generazioni”. Il parere della Corte attribuisce proprio all’equità intergenerazionale un ruolo centrale nell’interpretazione del diritto climatico internazionale.Ancora più rilevante è il rapporto tra il parere consultivo e gli articoli 10 e 117 della Costituzione italiana, che prevedono rispettivamente l’adattamento dell’ordinamento interno alle norme del diritto internazionale consuetudinario e il rispetto degli obblighi internazionali da parte della legislazione nazionale. Dal momento che la Corte ha qualificato alcuni obblighi climatici come parte del diritto internazionale consuetudinario, il parere potrebbe progressivamente acquisire rilevanza indiretta anche all’interno dell’ordinamento italiano.Ma perché l'Italia ha votato sì?È qui che il voto favorevole dell’Italia acquista una portata che va oltre il semplice allineamento diplomatico europeo. Sostenendo la risoluzione, Roma riconosce implicitamente la crescente centralità del diritto internazionale nella governance climatica. E, soprattutto, accetta almeno in parte l’idea che la crisi climatica non sia più soltanto materia di indirizzo politico, ma terreno suscettibile di responsabilità giuridica.Non è un passaggio banale. Negli ultimi anni il contenzioso climatico internazionale si è espanso rapidamente. Dalle sentenze della European court of human rights alle azioni civili contro governi e grandi compagnie energetiche, i tribunali stanno progressivamente trasformando gli obiettivi climatici in standard giuridici verificabili. Il parere della Corte internazionale di giustizia e la risoluzione Onu potrebbero accelerare ulteriormente questa dinamica, offrendo ai giudici nazionali e internazionali un riferimento interpretativo sempre più autorevole.Per questo il voto del 20 maggio potrebbe essere ricordato come qualcosa di più di una semplice risoluzione dell’Assemblea generale. Potrebbe rappresentare il momento in cui la comunità internazionale ha iniziato a riconoscere formalmente che l’inazione climatica non costituisce soltanto un fallimento politico, ma può diventare una questione di responsabilità legale globale.