Il diavolo veste Prada 2 è una commedia divertente che affronta anche il tema della crisi delle grandi riviste di moda

“Vi ricordate quando le riviste andavano di moda?”. In Il diavolo veste Prada 2 questa domanda retorica e impertinente di Emily (Emily Blunt) sintetizza alla perfezione lo stato in cui si trova oggi il giornalismo. Il declino dei magazine è alla base della trama del sequel del fortunato titolo del 2006.

Nel film la moda è un pretesto per affrontare lo stato dei mezzi d’informazione, in caduta libera tra licenziamenti e l’intelligenza artificiale, oltre che sempre più dipendenti dai capitali dell’industria tecnologica e dai capricci dei suoi miliardari. La fantasia su carta patinata del film originale è un lontano ricordo. Nel sequel Meryl Streep (Miranda), Stanley Tucci (Nigel), Emily Blunt (Emily) e Anne Hathaway (Andy) cercano di superare la tempesta.

Non fraintendetemi, non è un film deprimente, ma la sceneggiatrice Aline Brosh McKenna non aveva intenzione di rivisitare la storia senza soffermarsi sul cambiamento che ha travolto il mondo delle riviste di moda.

“Mi è sembrato che i personaggi stessero vivendo la stessa crisi esistenziale che affrontiamo a Holly­wood, con una pressione enorme per fare soldi in tutti i modi”, spiega McKenna, 58 anni, sceneggiatrice anche del primo film. “D’altronde è una commedia, e nelle commedie le crisi sono molto utili”.